Il ciclista alticcio "paga pegno" anche con la patente?

Recentemente, è stato chiesto a me e ad un gruppo di colleghi se secondo noi, nel caso in cui un soggetto venga fermato in stato di ebbrezza in bici, sarebbe stato necessario sospendere o meno la patente di guida della quale fosse stato eventualmente titolare.

Dato che le risposte sono state le più varie, ho pensato fosse opportuno approfondire il tema anche per fornire un’informazione più corretta possibile agli utenti della strada in modo che possano prevedere le conseguenze della loro condotta.

La fattispecie dalla quale occorre prendere le mosse è l’art. 183 del Nuovo Codice della Strada, il quale sanziona la condotta di colui che guida in stato di ebbrezza.

In materia, il nostro legislatore ha previsto diverse soglie di gravità della condotta.

Anzitutto, salvo alcune categorie particolari di utenti della strada (tra cui i neopatentati) ai quali non è concessa l’assunzione di nessuna bevanda alcoolica, gli utenti “comuni” non incorrono in alcuna sanzione sino ad un tasso alcolemico di 0,5 g/l.

Oltre tale soglia, e dunque da 0,5 a 0,8 g/l, si incorre nella sanzione amministrativa da € 544 a 2.174. Inoltre, è prevista la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da 3 a 6 mesi (art. 186, lett. a, CdS).

Se, invece, il tasso è compreso tra 0,8 g/l e 1,5 g/l, la condotta costituisce reato, che è sanzionato con l’ammenda da € 800 a 3200 e l’arresto da 5 gg ad un massimo di 6 mesi, mentre la sospensione della patente passa da 6 mesi ad un anno (art. 186, lett. b, CdS).

Infine, per le violazioni più gravi (tasso oltre 1,5 g/l), è prevista l’ammenda da € 1.500 a € 6.000, oltre all’arresto da 6 mesi ad un anno. In tale ipotesi, la sospensione della patente va da uno a due anni (art. 186, lett. c, CdS).

La fattispecie, così come congegnata dal nostro legislatore, prevede inoltre delle aggravanti nel caso in cui il guidatore provochi un’incidente stradale oppure se la condotta sia commessa in orario notturno.

Ma torniamo al quesito iniziale: il nostro ciclista che cosa rischia nel caso in cui venga accertato il suo stato di ebbrezza alcolica?

Anzitutto l’art. 186 CdS, come detto sopra, sanziona la condotta di chiunque “guidi” in stato di ebbrezza: dunque, posto che il termine guidare viene usato senza alcuna specificazione, nulla autorizza a limitare la punibilità al solo soggetto che si trovi a condurre un veicolo a motore.

Anzi, il termine volutamente generico utilizzato dal legislatore permette di ricomprendere la condotta dell’utente della strada che guidi un qualsiasi veicolo, intendendo con il termine veicolo una macchina, di qualsiasi specie, che circoli sulla strada, che sia o meno dotata di motore.

Inoltre, la bicicletta (il “velocipede” utilizzando la terminologia un po’ datata impiegata dal legislatore) è espressamente ricompresa nella categoria dei veicoli ai sensi dell’art. 47 CdS.

Dunque, poiché, da un lato la bici è sicuramente un veicolo, e dall’altro essa è idonea ad interferire con le condizioni di regolarità e sicurezza della circolazione stradale, la giurisprudenza si è da tempo orientata per la punibilità del ciclista che guidi dopo aver alzato il gomito (in tal senso, si veda Cass. Pen., sent. 4893/2015).

Ma la patente?

Qui le cose cambiano: infatti la sanzione amministrativa accessoria della sospensione o, nei casi più gravi, della revoca della patente di guida non può trovare applicazione per le infrazioni commesse con quei veicoli che non richiedono alcuna patente.

Questo valorizzando il fatto che non vi è alcun collegamento tra il mezzo attraverso cui viene posta in essere l'infrazione (nel nostro caso la bicicletta) e la patente eventualmente posseduta: in altri termini, il soggetto attivo, andando in bici ubriaco, non abusa dell’autorizzazione amministrativa della quale è eventualmente in possesso.

Per questo, non essendoci alcun legame tra la condotta e la patente, la stessa non potrà essere revocata o sospesa.

Risulterebbe, infatti, illogico punire per lo stesso fatto più gravemente un ciclista che abbia conseguito una patente (sebbene non la stia usando) rispetto ad un ciclista che tale autorizzazione non abbia mai conseguito.

Questi principi sono stati da ultimo ribaditi dalla Cassazione penale nella sentenza 54032/2018, la quale, ponendosi in linea con l’indirizzo ermeneutico dominante, ha ritenuto che non possa trovare applicazione la sospensione della patente a carico di chi sia trovato a circolare in bici in stato di ebbrezza, ferma – tuttavia – la rilevanza penale (o amministrativa, se il tasso non è superiore a 0,8 g/l) della condotta.

In ogni caso, anche se non si rischia la patente, la prudenza impone sempre di evitare di mettersi alla guida (anche della bici) dopo aver bevuto, pena le severe sanzioni previste dall’art. 186 CdS.

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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2-1-2020
La sorveglianza sanitaria del videoterminalista.

1. L'OBBLIGO DI SORVEGLIANZA SANITARIA

Per sorveglianza sanitaria si intende l’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa.

In particolare, ai sensi dell’art. 242, D.Lgs. 81/2008, sono sottoposti a sorveglianza sanitaria i lavoratori e le figure agli stessi equiparati (come, per esempio, i praticanti), per i quali nel Documento di Valutazione del Rischio è indicato un livello di rischio in relazione al quale la normativa vigente ne prevede l’obbligo.

In presenza dei seguenti fattori di rischio, la normativa vigente impone la vigilanza sanitaria, con il correlato obbligo di nominare un medico competente:

- Lavorazioni industriali, elencate nella tabella annessa al D.Lgs. 81/2008, che espongono all’azione di sostanze tossiche o infettanti o che risultano comunque nocive;

- Lavorazioni nelle quali vi è il rischio di esposizione al piombo, all’amianto e al rumore;

- Rischio di esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici;

- Rischio di esposizione alle radiazioni ionizzanti;

- Movimentazione manuale dei carichi;

- Uso di attrezzature munite di videoterminali;

- Rischio di esposizioni ad agenti cancerogeni e biologici;

- Rischio silicosi.

Inoltre, in ogni caso, il datore è obbligato a disporre la sorveglianza sanitaria qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Il datore di lavoro è obbligato ad inviare i lavoratori ad effettuare tutti gli accertamenti necessari per poter esprimere un giudizio di idoneità sanitaria, ai sensi dell’art. 41, D.Lgs. 81/2008: in difetto di tale esame, non è possibile adibire un lavoratore ad alcuna mansione lavorativa per la quale detta idoneità sia prevista.

Tuttavia tale primo controllo (ossia la visita medica preventiva) non esaurisce l’obbligo di vigilanza sanitaria, che prosegue anche dopo l’avvenuta instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro; più in dettaglio, l’obbligo di sottoporre il lavoratore alle visite mediche scatta in occasione del cambio di mansione, se la nuova mansione espone a rischi differenti rispetto alla precedente, ovvero periodicamente in considerazione delle scadenze normative o di quelle definite dal medico e dal datore di lavoro, ovvero su richiesta del lavoratore se tale richiesta sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute.

Inoltre l’obbligo di sottoporre il lavoratore a visita medica sussiste anche al rientro al lavoro in seguito ad assenze per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni, nonché alla cessazione del rapporto di lavoro. Tuttavia, in tale ultima ipotesi, detto obbligo permane solo nei casi in cui questo sia esplicitamente previsto dalla legge, come nel caso in cui il lavoratore sia esposto a sostanze cancerogene e mutagene.

Infine, l’art. 41, D.Lgs. 81/2008 prevede al comma 4 la possibilità, per alcune categorie specifiche di lavoratori, che le visite mediche vengano effettuate anche al fine di verificare l’assenza di condizioni di alcool dipendenza o tossico dipendenza, in particolare per le mansioni che implicano lo svolgimento di attività specifiche, cui generalmente è connesso un particolare rischio, come, a titolo esemplificativo, i piloti d’aereo, gli autotrasportatori, ma anche i mulettisti.

Tuttavia, le visite mediche non possono essere mai eseguite per accertare stati di gravidanza e per motivi diversi da quelli previsti per l’accertamento dell’idoneità specifica.

L’esito della sorveglianza si esprime in un giudizio di: a) idoneità; b) idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni; c) inidoneità temporanea; d) inidoneità permanente.

Inoltre, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 14, D.Lgs. 81/2008 è prevista la possibilità di proporre ricorso, entro trenta giorni dalla comunicazione del giudizio, all’organo di vigilanza territorialmente competente, il quale, eseguiti gli eventuali ulteriori accertamenti, può confermare, modificare ovvero revocare il giudizio.

2. LA SORVEGLIANZA SANITARIA DEI LAVORATORI AI VIDEOTERMINALI.

Esaurita questa panoramica generale, occorre analizzare un rischio in particolare, ossia quello correlato all’utilizzo di videoterminali. Tali apparecchi sono ormai così diffusi e così utilizzati da essere strumento irrinunciabile per una grande varietà di impieghi. Tuttavia, spesso si sottovalutano i rischi per la salute legati all'utilizzo di videoterminali, in primis per gli occhi.

Il Decreto Legislativo 81/2008 dedica al lavoro a videoterminale gli artt. da 172 a 179, nonché l’allegato XXXIV (Videoterminali).

Invero, sul medesimo tema il Ministero del lavoro, già sotto la vigenza del D.Lgs. 626/1994 (successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008), aveva elaborato delle "linee guida d’uso dei videoterminali", contenute nel D.M. 2 ottobre 2000. Tali linee guida erano “finalizzate alla prevenzione dei disturbi fisici e mentali che possono essere provocati dall’utilizzo di tali attrezzature”.

Le indicazioni ivi contenute sono state recepite anche nella nuova disciplina, ove ci si è preoccupati di dare una trattazione organica e dettagliata delle attività che rendono necessaria la sorveglianza sanitaria.

Dunque, oggi l’utilizzo di videoterminali è espressamente contemplato dagli artt. da 172 a 179, D.Lgs. 81/2008 tra le attività pericolose che impongono, dunque, al datore tutti gli obblighi connessi alla vigilanza sanitaria.

Tuttavia, occorre sin d’ora segnalare come tali obblighi scattino unicamente nel caso in cui il lavoratore utilizzi in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali, un’attrezzatura munita di videoterminali.

Nel caso in cui il lavoratore venga adibito ad una mansione che preveda l’impiego del computer per almeno 20 ore complessive settimanali, occorre, dunque sottoporre il lavoratore a vigilanza sanitaria preventiva e periodica.

L’idoneità del lavoratore a svolgere la mansione non va, peraltro, valutata in relazione ai soli problemi oculo-visivi ma anche ai rischi connessi ai danni all’apparato muscolo-scheletrico (disturbi ostearticolari della colonna vertebrale e del sistema spalla-braccio-avambraccio-mano).

Dovrà considerarsi, quindi, da parte del medico competente, la prescrizione di approfondimenti mirati con l’esecuzione di eventuali visite specialistiche ed esami strumentali del rachide cervicale che escludano ipotesi di non idoneità all’uso dei VDT.

Sarà il medico competente, sulla scorta dei risultati degli approfondimenti diagnostici, a esprimere l’idoneità al lavoro del soggetto interessato oppure a prescrivergli indicazioni (es. pause posturali periodiche) se gli esami hanno dato esito di sofferenze sintomatiche come, ad esempio, l’ernia discale.

L’art. 41, comma 2, lett. c), D.Lgs. 81/2008 consente al lavoratore di richiedere una visita medica qualora sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute, suscettibili di peggioramento a causa dell’attività lavorativa svolta, al fine di esprimere il giudizio di idoneità alla mansione specifica”.

Oltre alla esecuzione delle visite mediche e alle eventuali prescrizioni integrative a favore del lavoratore addetto ai videoterminali, il Medico competente deve valutare nell’ambiente di lavoro, la congruità della distribuzione dei videoterminali, dell’orario e delle mansioni lavorative, dell’illuminazione dell’ambiente e della postazione di lavoro rispetto alle norme ergonomiche di riferimento.

Le visite mediche sono prescritte a distinte cadenze: esse sono biennali per i soggetti che hanno ricevuto un giudizio d’idoneità con prescrizioni o con limitazioni, nonché per i soggetti che hanno compiuto il cinquantesimo anno di età, mentre in tutti gli altri casi esse sono quinquennali.

Ai sensi dell’art. 174, ultimo comma, D.Lgs. 81/2008, il datore deve organizzare e predisporre i posti di lavoro in conformità ai requisiti minimi di cui all’allegato XXXIV, in modo tale da garantire al lavoratore una postazione di lavoro che possa ridurre al minimo i rischi di insorgenza dei disturbi, fastidi o patologie legate all’attività svolta.

A tal fine, occorre fornire al lavoratore alcuni strumenti, quali:

- una sedia dotata di rotelle autofrenanti, che abbia il sedile regolabile in altezza e lo schienale regolabile in altezza e inclinazione;

- un piano di lavoro sufficientemente ampio, tale da consentire di appoggiare i documenti necessari al lavoro e da permettere di posizionare il monitor a 50/70 cm dagli occhi.

Inoltre occorre anche fare sì che lo schermo non presenti riflessi; pertanto evitare di posizionare i monitor in modo tale che alle spalle del lavoratore si trovino fonti luminose, sia naturali che artificiali.

Si segnala poi che:

- a richiesta del lavoratore, onde permettere allo stesso di sedere in posizione ottimale, deve essere fornito un poggiapiedi;

- può rendersi necessario un supporto per documenti;

- lo schermo deve essere orientabile ed inclinabile, avere immagine stabile, esente da sfarfallamento, con brillanza e contrasto regolabili, non deve produrre riflessi e riverberi molesti;

- la tastiera deve essere inclinabile, dissociata dallo schermo, priva di riflessi, con tasti facilmente leggibili dalla normale posizione di lavoro;

- l’impiego prolungato dei computer portatili “necessita della fornitura di una tastiera e di un mouse o altro dispositivo di puntamento esterni nonché di un idoneo supporto che consenta il corretto posizionamento dello schermo”.

L’art. 177, D.Lgs. 81/2008 stabilisce, inoltre, che il datore di lavoro assicuri ai lavoratori una formazione specifica, in particolare per quanto riguarda:

a) le misure applicabili al posto di lavoro, in base all'analisi dello stesso;

b) le modalità di svolgimento dell'attività;

c) la protezione degli occhi e della vista.

3. LE SANZIONI PREVISTE

Ai fini della tutela della salute dei lavoratori addetti ai videoterminali, il legislatore ha previsto all’art. 178 D.Lgs. 81/2008 specifiche sanzioni a carico del datore di lavoro e del dirigente che non ottemperi agli obblighi imposti.

In particolare «1. Il datore di lavoro ed il dirigente sono puniti: a) con l'arresto da tre a sei mesi o con l'ammenda da 2.500 fino a 6.400 euro per la violazione degli articoli 174, comma 2 e 3, 175, commi 1 e 3, e 176, commi 1, 3, 5; b) con l'arresto da due a quattro mesi o con l'ammenda da 750 a 4.000 euro per la violazione degli articoli 176, comma 6, e 177. 2. La violazione di più precetti riconducibili alla categoria omogenea di requisiti di sicurezza relativi alle attrezzature munite di videoterminale di cui all'allegato XXXIV, punti 1, 2 e 3 è considerata una unica violazione ed è punita con la pena prevista dal comma 1, lettera a). L'organo di vigilanza è tenuto a precisare in ogni caso, in sede di contestazione, i diversi precetti violati.

Si tratta, dunque, di fattispecie contravvenzionali, punibili tanto a titolo di dolo, che di colpa. Ciò potrebbe rappresentare in astratto un vantaggio per l’accusa, potendo – sulla scorta di una contestazione alternativa - cercare di bypassare la necessità di fornire una specifica caratterizzazione dell’elemento psicologico dell’agente, sia esso doloso ovvero colposo.

D’altro canto, il termine di prescrizione delle fattispecie contravvenzionali è più breve rispetto a quello previsto per i delitti, circostanza che, soprattutto in presenza di procedimenti complessi e articolati, potrebbe portare a frustrare le esigenze di tutela.

Ma pare ben più rilevante rimarcare la possibilità per l’imputato di estinguere i reati a mezzo lo strumento dell’oblazione, come previsto dall’art. 162 bis, c.p.

Ciò finisce per depotenziare grandemente lo strumento della tutela penale (il reato può essere estinto in fase di apertura del dibattimento, magari dopo lunga attività di indagine e dispendio di energie) facendolo apparire lo strumento scelto dal legislatore non adeguato ad una tutela effettiva dei lavoratori. In prospettiva de jure condendo, tale opzione legislativa meriterebbe dunque, a sommesso avviso di chi scrive, di essere rimeditata, potendo essere raggiunto lo stesso risultato mediante la previsione di un illecito amministrativo con una sanzione pecuniaria commisurata alla gravità della violazione.

Ciò premetterebbe, invero, anche un notevole risparmio di risorse per la Pubblica Amministrazione, senza, tuttavia, lasciare sguarnite di tutela le norme poste a presidio della salute del lavoratore.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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22-8-2019
A chi spetta la casa familiare dopo la separazione?

Spesso ci viene richiesto chi dei genitori ha diritto a continuare ad abitare la casa coniugale dopo la separazione e se questo diritto dipenda o meno dal fatto che la casa sia di proprietà di uno solo o di entrambi i coniugi.

Anzitutto, deve essere chiarito che il provvedimento del Giudice relativo alla casa familiare non attribuisce la proprietà all'uno o all'altro coniuge, ma accorda al genitore presso cui sono collocati i figli il diritto di continuare ad abitare con la prole presso la residenza coniugale, a prescindere dal fatto che l'immobile in questione sia cointestato, di proprietà dell'altro coniuge o, addirittura, di proprietà di un terzo.

La funzione dell’assegnazione della casa coniugale è quella di garantire ai figli della coppia la conservazione del proprio habitat famigliare, inteso non solo come ambiente fisico, ma principalmente come centro degli affetti e luogo di esplicazione della personalità.

Lo scopo dell’assegnazione della casa coniugale è dunque quello di evitare ai figli che essi, nella fase già di per sé delicata della crisi famigliare, siano costretti ad un traumatico allontanamento dal loro ambiente sociale e di vita.

Va precisato, peraltro, che da alcuni anni è mutato il presupposto normativo sulla base del quale il Giudice può assegnare l'abitazione familiare, poichè ora esso non è più strettamente collegato all’affidamento della prole, ma è più genericamente definito con riguardo all’interesse dei figli, che deve essere tenuto prioritariamente in considerazione. Nonostante l’avverbio “prioritariamente” impiegato dalla norma, la giurisprudenza e la dottrina prevalenti ritengono che la tutela dell’interesse dei figli sia nella sostanza l’unico criterio che legittima l’assegnazione dell’abitazione famigliare (V. in giurisprudenza Cass. civ., n. 23591/2013; Cass. civ., n. 1491/2011; Cass. civ., n. 9079/2011; Cass. civ., n. 18440/2013; Cass. civ., n. 19347/2016). La nuova formulazione, seppur ambigua, ha così consentito di risolvere le difficoltà originariamente connesse all’assegnazione in presenza di figli maggiorenni, per i quali non poteva esservi “affidamento”, e di risolvere la questione attinente all’assegnazione con un approccio concretamente riferito alla convivenza/collocazione dei figli, anziché all’affidamento (peraltro di regola condiviso) e all’effettivo legame della prole con l’abitazione adibita a residenza famigliare.

Si è costantemente escluso, invece, anche prima dell’introduzione dell’art. 337 sexies c.c., che il provvedimento di assegnazione possa essere disposto in funzione della tutela di uno dei coniugi e, in particolare, di quello economicamente più debole, poiché la valutazione dei rapporti economici tra i coniugi può essere funzionale – in ipotesi di assegnazione nell’interesse dei figli – solo a ridurre l’ammontare dell’assegno di mantenimento disposto in favore del coniuge assegnatario.

Dal punto di vista dei presupposti, è indispensabile che il provvedimento assegnativo abbia ad oggetto la «casa familiare», ossia il «luogo degli affetti, degli interessi, e delle abitudini in cui si esprime la vita familiare e si svolge la continuità delle relazioni domestiche, centro di aggregazione e di unificazione dei componenti del nucleo, complesso di beni funzionalmente organizzati per assicurare l'esistenza della comunità familiare» (Così Cass. SS.UU. n. 13603/2004). L’assegnazione non può pertanto riferirsi alle abitazioni occasionalmente impiegate dalla famiglia per le vacanze, né – per quanto concerne il figlio maggiorenne che risieda fuori sede – all’abitazione in cui il figlio faccia saltuariamente ritorno (cfr. Cass. civ., n. 6861/2010). La giurisprudenza ha altresì ritenuto che non possa essere considerata “casa familiare” nemmeno l’abitazione in cui i coniugi, già separati di fatto, non convivano più da lungo tempo (così Cass. civ., n. 12977/2012).

Come ora prevede espressamente l’art. 337 sexies c.c., il provvedimento di assegnazione della casa famigliare e di revoca dell’assegnazione è trascrivibile al fine di opporre il relativo provvedimento ai terzi acquirenti del bene o che vantino diritti incompatibili con il diritto personale di godimento dell’assegnatario. 

Il diritto di abitare la casa familiare assegnata in sede di separazione e/o divorzio viene meno, invece, qualora i figli cessino di abitare unitamente al genitore assegnatario o il genitore stesso si trasferisca altrove. Viceversa, qualora il genitore assegnatario instauri una nuova convivenza o contragga un nuovo matrimonio, il diritto di abitare la casa familiare non si estingue in modo automatico, ma il Giudice può pronunciare la revoca del provvedimento di assegnazione avuto riguardo solo all'interesse attuale dei figli.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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5-8-2019
Automobili schilometrate: quali tutele per l'acquirente?
1) Premessa: a quali elementi prestare attenzione.
L’acquisto di una vettura costituisce nella maggior parte dei casi una decisione importante: l’esborso economico da sostenere può essere significativo, si tratta di un bene che si presume duri nel tempo e le variabili sono moltissime.
Per questo, soprattutto in questo periodo di crisi, molte persone si rivolgono al mercato dell’usato, sperando di trovare valide occasioni che da un lato non incidano troppo sul portafogli, e, dall’altro, non facciano rimpiangere l’agognato acquisto di un veicolo nuovo appena uscito dalla catena di montaggio.
Ma spesso, dietro alle offerte strepitose, quelle da prendere al volo, si possono nascondere brutte sorprese: uno studio elaborato dal Parlamento europeo nel gennaio 2018, ha stimato in una cifra compresa tra il 30 ed il 50% il numero delle vetture che hanno subito alterazioni del chilometraggio.
Dunque sono tantissime la macchine che vengono “ringiovanite” di 50, 60, alle volte persino oltre 100.000 chilometri, per assicurare al venditore un notevole margine di profitto, a scapito dell’ignaro acquirente.
Il tutto, a tacere di tutte le conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza della vettura.
Ma quali sono gli indici che dovrebbero mettere in allarme l'acquirente?
In realtà la casistica è così varia che non è possibile dare indicazioni precise, ma, in linea di massima, ci sono alcuni aspetti che dovrebbero sicuramente far suonare qualche campanello d’allarme. Chilometraggi troppo bassi rispetto all’età della macchina – e al tipo di vettura – devono essere approfonditi.
Allo stesso modo, la consegna di duplicati del libretto di circolazione, invece che l’originale, potrebbero nascondere sorprese.
Anche revisioni troppo recenti, magari fuori dalle scadenze canoniche dovrebbero insospettire e neppure la presenza di un libretto dei tagliandi effettuati presso una concessionaria ufficiale non mette al sicuro da ogni rischio. Come pure l’eccessiva disponibilità del venditore ad accordare consistenti riduzioni del prezzo, o la richiesta di pagare una quota dell’importo “in nero”, dichiarando al momento del passaggio di proprietà un corrispettivo di molto inferiore, potrebbero nascondere una fregatura.
A fronte anche del mero sospetto, vale sicuramente la pena fare qualche accertamento in più, in particolare con una visura al P.R.A. e chiedendo spiegazioni dettagliate al venditore.
Soprattutto, è bene non fidarsi delle apparenze: se il "lavoro" è fatto con una certa accortezza, è molto difficile risalire all’effettivo chilometraggio di un veicolo solo dalle sue condizioni esteriori, anche perché interventi “cosmetici” relativamente poco costosi (per esempio la lucidatura della carrozzeria, la pulizia del motore e il rifacimento delle tappezzerie), potrebbero far sembrare molto più giovane un veicolo che, in realtà, ha ormai accumulato così tanti chilometri da aver fatto il giro del mondo.
Insomma, in ogni caso è sempre meglio cercare di fare più accertamenti possibile per verificare se i dati comunicati dal venditore corrispondono al vero.
Ma cosa fare se, dopo aver acquistato la macchina tanto sognata, al sorgere dei primi problemi, si finisce in officina e si scopre di aver preso la classica “sòla”?
2) I rimedi civilistici.
Se la vendita è avvenuta tra un professionista e un consumatore, quest'ultimo potrà giovarsi di una disciplina particolarmente favorevole contenuta nel codice del consumo, che permette all'acquirente di chiedere al venditore - in prima istanza - di riparare o sostituire il mezzo e, ove tali rimedi non siano praticabili o non siano risultati soddisfacenti, una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto.
Se, viceversa, la vendita è avvenuta tra privati si applicheranno i tradizionali rimedi previsti dal codice civile per i vizi della cosa venduta.
3) La tutela penale.
Per quanto riguarda il versante penale, la giurisprudenza ha più volte chiarito che l’alterazione del contachilometri di una vettura integra il reato di truffa previsto all’art. 640 c.p., che punisce chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
In particolare si parlerà nel caso di specie di “truffa contrattuale”, poiché l’alterazione della realtà ricade su una qualità determinante del bene posto in vendita e fondamentale rispetto alla determinazione dell’acquirente di procedere nell’acquisto.
In particolare, l’ingiusto profitto e il correlativo danno sono integrati dalla stipulazione di un contratto che non sarebbe stato concluso, ovvero non lo sarebbe stato alle medesime condizioni: in tale quadro a nulla rileva il fatto che, in ipotesi, il prezzo corrisposto equivalga al reale valore dell'autoveicolo (ex multis, Cass. Pen., sent. 29/09/1980, nonché da ultimo, Cass. Pen., sent. n. 25223 del 18/04/2019).
Inoltre, risponde del reato in questione anche il venditore che abbia consapevolmente sottaciuto, in sede di trattative, la manomissione del contachilometri, anche se da altri posta in essere (Cassazione penale sez. III, 25/01/2018, n.24027).
Infine, dal punto di vista procedurale, va segnalato che il reato di truffa è procedibile a querela, che dovrà essere proposta entro il termine di tre mesi, decorrenti dal momento della scoperta dell’alterazione del dato chilometrico.
Tuttavia, si procede d’ufficio (e quindi anche senza la necessità di una querela da parte della persona offesa) se la condotta ha causato un danno patrimoniale di rilevante gravità (cfr. art. 61, n.7, c.p.), circostanza aggravante che potrebbe sussistere in molti casi, dato il valore spesso non modesto della vettura acquistata.
4) La tutela dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Va infine ricordato che, se la vendita è avvenuta tra professionista e consumatore, si applicherà anche la disciplina relativa alle pratiche commericali scorrette, con conseguente competenza dell’autorità garante della concorrenza e del mercato (d’ora in avanti AGCM) ad accertare la violazione ed applicare la corrispondente sanzione amministrativa pecuniaria.
Di recente, ad esempio, con il provvedimento n. 27780/2019, pubblicato il 27/05/2019 l’AGCM ha concluso un procedimento sanzionatorio nei confronti di una concessionaria responsabile di aver commercializzato diversi autoveicoli usati senza effettuare i dovuti controlli relativi al chilometraggio effettivo di percorrenza, ingannando così i consumatori in ordine a tale requisito, al fine di aumentare il valore commerciale delle vetture. L’AGCM ha ritenuto che il comportamento della concessionaria integrasse una pratica commerciale ingannevole ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. b) e d), cod. cons. poiché la vendita di vetture che hanno subito un’alterazione consistente del chilometraggio ingenera negli acquirenti un falso affidamento in ordine ad una caratteristica fondamentale ai fini della valutazione economica di un’auto usata, inducendo il consumatore ad assumere decisioni di natura commerciale che non avrebbe altrimenti assunto.
Sottolinea peraltro l’AGCM che il comportamento posto in essere arreca pregiudizio ai consumatori non solo al momento dell’acquisto, ma anche successivamente poiché l’acquirente dispone di un veicolo di valore di mercato notevolmente inferiore e verosimilmente dovrà ricorrere ad interventi di manutenzione e controlli tecnici più frequenti ed approfonditi, che non erano affatto prevedibili all’atto di acquisto.
Alla luce di ciò, viene irrogata una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad € 30.000,00.
@Avv. Alberta Martini Barzolai
@Avv. Patrizio Paolo Palermo
 

 

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26-7-2019
Il trasferimento di residenza del minore tra necessità di accordo e libertà del genitore.

La decisione inerente la residenza abituale dei minori è una delle questioni di maggiore importanza per la vita del bambino  che deve essere assunta di comune accordo tra il padre e la madre, anche laddove si sia in presenza di un affido esclusivo (art. 337 ter, comma 3, c.c. e 337 quater, comma 3, c.c.) .  Non è ammissibile, quindi, una decisione unilaterale del singolo genitore, che risulterebbe anzi censurabile sia in sede civile che penale.

Pur partendo da tali principi, però, in caso di trasferimento, si pone un delicato problema di bilanciamento degli interessi del figlio a mantenere un collegamento con il territorio, i punti di riferimento scolastici, le relazioni affettive e prim'ancora un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori nel luogo della residenza attuale e l'interesse di un genitore a trasferirsi in altro luogo, interesse quest'ultimo che costituisce esercizio di un diritto di rango costituzionale protetto e garantito dall’art. 16 Cost. che non può essere compresso per il solo fatto che tale genitore dovrebbe portare con sè i figli.

Tuttavia, se è vero che il genitore è libero di mutare la propria residenza, egli non può portare con sè i figli in assenza del consenso dell’altro genitore e, in caso di disaccordo, sarà il Giudice a stabilire se risponde o meno maggiormente agli interessi dei figli il trasferimento unitamente al genitore oppure la collocazione prevalente presso l'altro genitore (così Cass. Civ. n. 18087/16; Cass.civ. n. 9633/15).

Va in primo luogo chiarito che, nel bilanciamento di tali interessi, il Giudice può autorizzare il trasferimento di residenza del genitore istante e la collocazione del minore presso tale genitore solo se detta decisione sia rispondente all’interesse morale e materiale del figlio.

In particolare, deve essere dimostrato che il trasferimento di residenza non pregiudichi lo sviluppo della personalità del minore e i suoi interessi morali e materiali e che possa essere assicurato ugualmente, anche in caso di trasferimento, il suo diritto a mantenere un rapporto significativo e continuativo con l'altro genitore e con il ramo parentale di quest’ultimo.

Il genitore che decida di trasferire il figlio senza il preventivo accordo con l'altro o una decisione del Giudice si espone invece al rischio di essere sottoposto anche ad un procedimento penale laddove l'allontanamento del bambino impedisca all'altro genitore l'esercizio della responsabilità genitoriale: anche di recente la Suprema Corte ha infatti affermato che "il genitore che si propone di modificare il luogo di vita del minorenne non può procedere all'insaputa dell'altro genitore e, se non ne ottiene il consenso, deve rivolgersi all'Autorità giudiziaria perchè il fatto stesso della compromissione dell'armonico esercizio delle prerogative genitoriali lede l'interesse protetto dalla norma incriminatrice" relativa al reato di sottrazione di minori" (Cass. pen. n. 2671/2017)

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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23-6-2019