Guida in stato d'ebbrezza: come difendersi?

Come richiedere la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità e far sì che in concreto la sospensione della patente sia dimezzata?

Il nostro ordinamento prevede sanzioni molto severe nei casi in cui un soggetto venga trovato alla guida di un veicolo in stato di ebbrezza.

In particolare, l'articolo 186 del codice della strada sanziona tale condotta in maniera via via più grave a seconda del tasso alcolemico rilevato, secondo un sistema basato su tre soglie: la prima soglia comprende un valore dai 0,5 grammi per litro a 8 g. per litro. In tal caso, il guidatore va incontro solamente una sanzione amministrativa compresa tra 532 € e 2127 € ed alla sospensione della patente di guida da tre a sei mesi.

A partire dalla seconda soglia, invece, la condotta integra un reato, con tutte le conseguenze collegate: la necessità di celebrare un processo, l'applicazione di una sanzione penale, l’iscrizione nel casellario giudiziale (la "fedina penale") in caso di condanna, ecc...

Nel caso venga accertato un valore compreso superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 g per litro (seconda soglia), il codice della strada prevede la pena dell'ammenda da 800 € a 3200 € e l'arresto da cinque giorni ad un massimo di sei mesi, nonché la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Infine, l'ultima soglia ricomprende le ipotesi in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g litro; in tal caso si applica la pena dell'ammenda da euro 1500 a 6000, l'arresto da sei mesi ad un anno nonché la sospensione della patente di guida da uno fino a un massimo di due anni.

Sempre per i casi in cui sia stata accertata la terza soglia è prevista la confisca del veicolo con il quale è stato commesso reato, salvo che esso appartenga ad una persona estranea al fatto, nel qual caso, però, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata.

Al fine di mitigare gli effetti di un trattamento sanzionatorio così pesante, nel luglio 2010 è stata introdotta a la possibilità di richiedere la sostituzione della pena detentiva e di quella pecuniaria con la pena del lavoro di pubblica utilità.

Tale possibilità è concessa a condizione che non si sia provocato alcun sinistro stradale ed inoltre la pena può essere convertita per una sola volta.

I vantaggi di tale scelta sono diversi: anzitutto, in caso di svolgimento positivo dei lavori di pubblica utilità il giudice dichiara estinto il reato. Inoltre, il periodo di sospensione della patente viene dimezzato e, nei casi in cui si ricada nella terza soglia, si evita la confisca del veicolo sotto sequestro.

Circa la durata di questi lavori la legge dispone che essa sia corrispondente alla sanzione detentiva irrogata e alla conversione della pena pecuniaria ragguagliando 250 € per ogni giorno di lavoro di pubblica utilità.

Dunque, i vantaggi per chi non abbia causato un sinistro stradale sono evidenti sia dal punto di vista economico che per il fatto di non vedersi iscritta nel casellario giudiziale un precedente penale scomodo.

Tuttavia occorre sottolineare che nella concreta applicazione di questo istituto il tempismo è fondamentale: infatti contattando un difensore sin dai primi momenti è possibile valutare la convenienza di tale strada e muoversi di conseguenza.

Ma anche in tal caso, l'effetto pratico del dimezzamento del periodo di sospensione della patente si scontra con i tempi necessari per l'accertamento in sede penale. Occorre, infatti, ricordare che sin dal momento dell'accertamento del reato, la patente viene ritirata dall'organo accertatore e trasmessa al prefetto, che ne dispone la sospensione provvisoria, in attesa della decisione del giudice.

In punto, alcune prefetture hanno adottato la prassi, sicuramente rispettosa dell'intento del legislatore, di restituire la patente di guida nel caso in cui il titolare dimostri di aver ottenuto la conversione della pena nei lavori socialmente utili e che è già trascorso metà del periodo di sospensione. Tuttavia, tale prassi non trova applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale e molte prefetture non restituiscono nulla prima che gli sia notificato il provvedimento del Giudice che, al termine dei lavori, ne attesta il positivo svolgimento.

Occorre però segnalare che con una recentissima sentenza (n. 48330 del 27 settembre 2017) la Corte di Cassazione, chiamata ad interpretare il significato della disposizione che regola la procedura nel caso di conversione della pena, ha chiarito che, nel caso in cui accolga la richiesta di sostituzione, il Giudice è tenuto a sospendere l'efficacia della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che andrà, pertanto, restituita all’avente diritto.

Questo principalmente per un motivo di tenuta logica del sistema: difatti, come già accennato sopra, l'immediata esecutività della sospensione della patente rischierebbe, in caso di esito positivo dei lavori, di vanificare la riduzione della metà a casa dei tempi tecnici necessari per la fissazione dell'udienza ove verrà dichiarata l'estinzione del reato.

Inoltre, a conferma di tale interpretazione milita anche il dato testuale della disposizione normativa nella parte in cui prevede che, in caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento dei lavori, il Giudice deve disporre il ripristino della sanzione amministrativa della sospensione della patente, ripristino che presuppone in maniera indefettibile che l'efficacia della sanzione vada sospesa fintanto che i lavori socialmente utili sono in corso.

Dunque, solo al termine dei lavori il Giudice dovrà valutare se essi si sono conclusi positivamente o meno e di conseguenza dimezzare la sospensione e, tenendo conto del periodo presofferto, disporre che venga scontato l’eventuale periodo ancora residuo.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Avvocato, quanto mi costi….e il rimborso?

La rimborsabilità delle spese legali sostenute dal dipendente pubblico.

Costituisce un principio generale del nostro ordinamento quello secondo il quale il professionista va retribuito per l’attività prestata a prescindere dal risultato conseguito dal cliente.
Tale principio trova, ovviamente, applicazione anche con riferimento al rapporto tra cliente ed avvocato, e, pertanto, le spese per la difesa devono essere sostenute dal cliente a prescindere da quale sia il risultato conseguito nel giudizio.
Infatti, tradizionalmente l'attività difensiva svolta in favore del cliente veniva ricondotta tra le obbligazioni di mezzi, e non di risultato: questo principio, che si applica a tutte le professioni liberali, sta a significare che il cliente è tenuto a remunerare il professionista per avergli messo a disposizione con la dovuta diligenza tutto il suo bagaglio di strumenti, conoscenze tecniche ed esperienze, senza che l’obbligazione possa essere condizionata ad esempio alla vittoria in giudizio o all'ottenimento del risultato che l'assistito aveva di mira.
Vi sono, tuttavia, alcuni casi in cui l’assistito, dopo aver remunerato il difensore, ha diritto ad ottenere il rimborso delle spese sostenute per la difesa in giudizio e, tra questi, spicca, in particolare, quello in cui si discuta della responsabilità di un dipendente pubblico per fatti connessi con la funzione esercitata. Tale ipotesi trova la sua regolamentazione nell’art. 18, D.L 67/1997, successivamente convertito con L. 135/1997, il quale dispone che «le spese relative ai giudizi per la responsabilità civile, penale, ed amministrativa, promossi nei confronti del dipendente di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o con provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato».
Tale norma, secondo i più autorevoli commentatori, esprime una manifestazione del principio di portata generale secondo cui nessuno può arricchirsi a scapito di altri (nemo locupletari potest cum aliena iactura): nello specifico, posto che l’attività del dipendente costituisce manifestazione della volontà dell’Ente Pubblico di appartenenza secondo il principio di immedesimazione, spetta all’Amministrazione farsi carico delle conseguenze economiche pregiudizievoli derivanti dal coinvolgimento del dipendente in procedimenti giudiziari, nei quali sia stata esclusa la sua responsabilità.
Il diritto al rimborso può essere fatto valere dal dipendente in presenza dei seguenti presupposti:
- il soggetto richiedente deve essere un dipendente di una Pubblica Amministrazione;
- lo stesso deve essere sottoposto ad un procedimento giudiziale di carattere civile, penale o amministrativo;
- i fatti e gli atti contestati nel procedimento devono essere connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali;
- la responsabilità del dipendente deve essere esclusa a qualsiasi titolo.
Solo in presenza di tutte queste condizioni il rimborso dovrà essere elargito dalla P.A., nei limiti dell’importo ritenuto congruo dall’Avvocatura dello Stato.
Occorre in ogni caso segnalare come il requisito dell'inerenza al servizio nella prassi amministrativa sia interpretato in maniera assai rigorosa, poiché si ritiene che il fatto contestato al dipendente debba riguardare un'attività svolta in diretta connessione con i fini dell'Ente.
Tale interpretazione, invero, suscita qualche perplessità, in quanto finisce per limitare grandemente il campo di applicazione della previsione normativa, che troverebbe applicazione nei soli casi in cui vi sia un nesso di strumentalità tra l'adempimento del dovere ed il compimento dell'atto, ossia, detto in altri termini, una coincidenza di interessi tra il dipendente e la P.A.
Con specifico riferimento alla materia penale, è stato sottolineato come sia necessario che il giudizio sia terminato con una pronuncia definitiva che abbia escluso nel merito la responsabilità del dipendente; pertanto, nessun rimborso potrà conseguire a fronte della pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere (per esempio nel caso di intervenuta prescrizione o rimessione di querela) oppure in caso di patteggiamento, poiché quest'ultimo sottende in un certo senso una ammissione di responsabilità.
Tuttavia, qualora il giudizio sia terminato con una sentenza di assoluzione, sarà del tutto indifferente la formula utilizzata dal Giudice in sede penale e, pertanto, anche in presenza di una assoluzione con formula dubitativa ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p. il risarcimento delle spese legali configura un vero e proprio atto dovuto, senza che possa essere ammessa alcuna discrezionalità da parte dell’Amministrazione (cfr., tra la altre, Consiglio di Stato, sent. 21/03/2011, n. 1713; nonché, da ultimo, Consiglio di Stato, sent. 29/12/2017, n. 6194).
Nonostante la chiara presa di posizione della giustizia amministrativa, tale ultimo principio pare, però, non essere stato completamente recepito dall'Amministrazione, la quale, in presenza di assoluzioni con la formula "dubitativa", crea sovente difficoltà all'ottenimento del rimborso.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Obblighi di assistenza famigliare

Il padre disoccupato è tenuto sempre e comunque a "mantenere" i figli?
La responsabilità penale del genitore.

Dal momento della nascita, il nostro ordinamento riconosce in capo alla prole una serie di diritti, a cui corrispondono altrettanti obblighi in capo ai genitori. Tra questi vi è quello di fornire alla stessa tutta l'assistenza necessaria al suo corretto sviluppo.

I diritti dei figli trovano tutela non solo in campo civile, ma anche penale: il nostro legislatore ha previsto, infatti, un'apposita fattispecie, ossia l'art. 570 c.p., che punisce la violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Tale articolo prevede tre tipi di condotte.

La prima punisce chi "abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale familiare, si sottrae agil obbighi di assistenza inerenti alla responsabità genitoriale".

La seconda consiste nel fatto di chi "malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge".

La terza, quella di gran lunga più ricorrente nella prassi, riguarda colui che "fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, agli inabili al lavoro, agli asendenti ovvero al coniuge non separato per colpa".

Ma cosa si intende per mezzi di sussistenza?

In tale nozione, che è diversa da quella civilistica di alimenti e mantenimento, vanno ricompresi non solo i mezzi indispensabili pre la sopravvivenza (vitto, alloggio), ma anche le risorse che consentano di soddisfare, anche in misura minima, la necessità della vita quotidiana, come, ad esempio, abbigliamento, istruzione, trasporto, comunicazione, ecc..

Tale obbligo, dunque, è più limitato rispetto a quello di corrispondere il mantenimento stabilito dal Giudice in sede civile, essendo necessario che, a causa della condotta del genitore, il minore versi in stato di bisogno, ossia gli siano fatti mancare i mezzi indispensabili per la sua sopravvivenza, seppur nell'accezione ampia già sopra ricordata.

Quindi, nel caso di mancato pagamento da parte del coniuge di quanto stabilito dal Giudice civile (es. della separazione o del divorzio), in sede penale dovrà essere valutato caso per caso se, da un lato, a tale inadempimento corrisponda come effetto quallo di far mancare al minore i mezzi minimi di sussitenza.

Dall'altro lato, dovrebbe essere parimenti accertata la concreta capacità del genitore di fornire al minore questi mezzi minimi, posto che l'assoluto stato di indigenza dell'obbligato, operando come una vera e propria esimente, dovrebbe far venir meno il reato, secono il principio "ad impossibilia nemo tenetur" (nessuno è tenuto a fare l'impossibile).

Ma occorre sin da subito precisare che, per far venir meno questo reato, l'incapacità economica del genitore deve integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti.

In punto, la più recente giurisprudenza ha adottato una lettura particolarmente severa, ritenendo che non basti il mero stato di disoccupazione dell'obbligato, ma che occorra prova sia dell'assoluta assenza di introiti di altro tipo (per es. risparmi, rendite derivanti da altri beni personali come immobili concessi in locazione, lavoro in nero....) sia del fatto che tale stato non derivi da sua colpa (da ultimo, Cass., sez. VI, 39411/2017).

Dunque la Cassazione parte dal presupposto (forse non più attuale...) che sia possibile per tutti ed in qualsiasi luogo reperire un lavoro, anche umilissimo, che garantisca un introito minimo. E, pertanto, in caso di disoccupazione, occorrerà verificare che tale situazione non derivi dalla condotta dell'obbligato che, per scelta, pigrizia o incapacità non si sia concretamente dato da fare per trovare un lavoro con cui fornire i mezzi di sussistenza ai propri figli.

In conclusione, ci sia consentita una osservazione: spesso queste situazioni prendono origine da separazioni fai-da-te o accordi consensuali poco meditati, ove sin da subito era evidente l'impossibilità (o comuque l'estrema difficoltà) dell'obbligato di far fonte agli impegni presi, ovvero il suo totale disinteresse per la prole. Problemi spesso evitabili affidandosi ai consigli di un legale che possa, sin da subito, informare i genitori dei loro diritti e obblighi e suggerire la soluzione più equa possibile, nell'interesse preminente dei figli minori, interesse che deve rappresentare sempre e comunque la stella polare per qualsiasi decisione che riguardi la famiglia.


@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Responsabilità del progettista ex art. 1669 c.c.

Gravi vizi dell'immobile: anche il progettista risarcisce il danno ex art. 1669 c.c.

Una recente sentenza della Cassazione, la n. 26552 del 9 novembre 2017 si è nuovamente pronunciata sul tema dell'applicabilità della particolare forma di responsabilità extracontrattuale prevista in materia di appalto anche al progettista e/o al direttore dei lavori.
Va ricordato che, con riguardo ai beni immobili, in materia di appalto, è prevista una speciale forma di responsabilità in capo all’appaltatore per il caso in cui l'edificio cada in rovina o presenti gravi difetti nel corso di dieci anni dalla realizzazione dell'opera (o, come la Cassazione ha recentemente ricordato in altra pronuncia, anche per il caso della ristrutturazione o dell’esecuzione di rilevanti opere di manutenzione straordinaria) a causa di vizi del suolo o difetti di costruzione.
Dal momento che l'art. 1669 c.c. fa ricadere tale responsabilità in capo all’appaltatore, ci si è chiesti spesso se, in caso di corresponsabilità tra più soggetti che abbiano provveduto alla costruzione o alla ristrutturazione, essa possa essere estesa anche al venditore, purché sia fornito delle competenze tecniche per dare (direttamente o tramite il direttore dei lavori) indicazioni specifiche a chi ha costruito l'opera, oppure anche al progettista.
La giurisprudenza ha più volte affermato che la responsabilità può sorgere non solo in capo all'appaltatore, ma anche ad altri soggetti che per colpa professionale abbiano contribuito all’insorgere dei gravi difetti.
Si è, infatti, ritenuto che la responsabilità di cui all’art. 1669 c.c. copra un ambito di casi più ampio di quanto risulterebbe dalla stretta interpretazione della norma e ciò proprio in quanto si tratta di una forma di responsabilità extracontrattuale prevista per legge a tutela dell'incolumità delle persone.
Così, anche la recente sentenza di novembre, ha chiarito che se i gravi difetti dipendono da un'errata progettazione, il progettista può essere chiamato a risponderne congiuntamente al costruttore nonostante i contratti in virtù dei quali operano questi soggetti nei confronti del committente siano differenti.
Nel caso portato all'attenzione della Cassazione, in particolare, i proprietari di un immobile situato in una zona caratterizzata da frequenti e cicliche esondazioni avevano citato in giudizio il progettista e il costruttore-venditore del bene, lamentando l'esistenza di consistenti allagamenti dei piani interrati che impedivano spesso l'accesso ai locali e la loro stessa utilizzabilità.
Premesso che tra i difetti rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1669 c.c. vi sono anche quei vizi che limitino considerevolmente il godimento dell’immobile, la sentenza ha precisato che il progettista è certamente responsabile anche di vizi di questo tipo, laddove nel progettare l'opera e fornire indicazioni al costruttore egli abbia omesso di tenere in debito conto le caratteristiche del suolo sottostante e non abbia adottato le misure idonee, secondo la diligenza professionale e le norme tecniche vigenti, a scongiurare il verificarsi di gravi danni come quelli in concreto verificatisi.
Nel caso in questione, in particolare, trascurando le peculiarità dell’area di sedime del fabbricato, l'architetto e il costruttore avevano progettato e realizzato un piano interrato, senza peraltro prevedere alcun innalzamento del suolo del piano di campagna idoneo a raccogliere o far defluire altrove le acque.

Ne consegue la piena responsabilità di entrambi ai sensi dell’art. 1669 c.c.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Posso impedire a mio marito/mia moglie di divorziare?

Non è affatto infrequente che in sede di consulenza una persona esordisca dicendo "non posso separarmi perché mio marito/ mia moglie non mi firma i documenti o, ancora, posso separarmi solo se gli dò un consistente assegno, o gli lascio la casa, altrimenti mio marito/mia moglie si oppone"
Nulla vi è di più falso e sbagliato in queste credenze ed è del tutto inaccettabile che vi siano pressioni sulla scelta di continuare o meno una relazione affettiva.
Il nostro ordinamento tutela la scelta di separarsi o divorziare, anche se non condivisa.
L'unica condizione per richiedere la separazione è infatti l’intollerabilità della convivenza e tale situazione può riguardare anche un solo coniuge, che ha diritto di rivolgersi al tribunale per chiedere la separazione nonostante l’altro non voglia raggiungere una soluzione concordata oppure si opponga al divorzio o alla separazione.

L'unica differenza è che in tal caso non si potrà procedere con una separazione consensuale, ma la procedura dovrà necessariamente essere avviata come giudiziale, salva comunque la possibilità di raggiungere un accordo in qualsiasi momento nel corso del giudizio.
In nessun caso il Giudice potrà dunque negare il diritto ad ottenere la separazione per l'assenza di accordo tra i coniugi.

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4-5-2019