Trasporto atipico di carburante: quali rischi?

E` noto che ad es. in Austria e Slovenia il costo del carburante è inferiore, ma può essere molto pericoloso approfittarne facendo la "scorta"...

Il nostro ordinamento prevede che alcuni prodotti siano sottoposti ad accisa, ossia ad un'imposta indiretta che grava sulla produzione o sul consumo di tali beni. Questi prodotti sono in primis i prodotti energetici (come benzina, gas, gasolio, ecc...), gli alcolici, l'energia elettrica ed i tabacchi.

La normativa nazionale è frutto di un processo di "armonizzazione comunitaria", avente lo scopo di uniformare le differenti norme adottate sul piano interno dai singoli Stati Membri.

Tale normativa assume una sempre maggiore importanza nella pratica in ragione dello svilupparsi degli scambi commerciali che coinvolgono altri Paesi dell'Unione: infatti, stabilisce il D.Lgs. 504/1995 che sono soggetti ad accisa i prodotti immessi in consumo in un altro Stato Membro che vengono detenuti a scopo commerciale nel Territorio Nazionale.

Detto obbligo di versare l'accisa, con tutti connessi adempimenti fiscali, grava in primo luogo in capo al soggetto, diverso da un privato, che li detiene: tuttavia, anche il privato è tenuto a provvedere al pagamento nel caso in cui vengano acquistati prodotti sottoposti ad accisa non per uso proprio e trasportati n quantitativi superiori a quelli previsti dall'articolo 11 del D.Lgs. n. 504 del 1995.

Tale articolo dispone che possono considerarsi acquistati per uso proprio i prodotti sottoposti ad accisa acquistati e trasportati da privati entro un determinato quantitativo, stabilito per ogni singolo prodotto: per esempio nel caso di superalcolici è previsto il limite di 10 litri, mentre nel caso del vino tale limite ammonta a 90 litri, e così via per birra, sigarette, tabacco da fumo, ecc...

Oltre ai limiti quantitativi di cui sopra, al fine di determinare se i prodotti rinvenuti sono detenuti dal privato ad uso proprio o meno, vengono presi in considerazione anche altri indici, tra cui le modalità di trasporto dei prodotti, il luogo in cui essi si trovano, la loro natura, l'oggetto dell'eventuale attività commerciale svolta dal detentore ed ogni documento commerciale relativo agli stessi prodotti.

Diversa è la regolamentazione nel caso dei prodotti energetici, per i quali incombe sul privato l'obbligo di versare l'accisa se questi vengono trasportati con modalità definite "atipiche": in merito, l'art. 11, comma 5, D.Lgs. 504/95, ricalcando la normativa comunitaria contenuta nella direttiva 2003/96/CE, specifica che per "trasporto atipico" deve essere inteso il trasporto del carburante in contenitori diversi dai serbatoi normali, dai contenitori per usi speciali o dall'eventuale bidone di scorta, di capacità non superiore a 10 l., nonché il trasporto di prodotti energetici liquidi destinati al riscaldamento con mezzi diversi dalle autocisterne utilizzate per conto di operatori professionali.

Così, ad esempio, si considera sottoposta ad accisa la benzina trasportata dal privato con un'autovettura in una tanica di capienza superiore ai 10 litri, oppure, ancora, il gasolio destinato al riscaldamento, facilmente reperibile nei distributori sloveni, trasportato da un privato, a prescindere dal relativo quantitativo.

Se, dunque, in caso di trasporto "atipico"questi beni vengono considerati detenuti per scopi commerciali, ne deriva come ulteriore conseguenza l'accusa per il privato del reato di sottrazione di prodotti energetici al pagamento dell'accisa.

Tale reato, previsto all'art. 40, D.Lgs. n. 504/95, è punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa dal doppio al decuplo dell’ imposta evasa, non inferiore in ogni caso a 7.746 €.

Occorre in punto sottolineare che la normativa, ai fini della pena, considera il tentativo al pari del reato consumato, e inoltre è prevista una circostanza aggravante nel caso in cui il quantitativo di prodotti energetici sia superiore a 2000 kg.

La norma incriminatrice parrebbe configurare una presunzione assoluta di destinazione ai fini commerciali dei prodotti energetici trasportati dal privato con modalità atipiche, presunzione difficilmente conciliabile con i principi che regolano il processo penale ove non è concesso di scaricare sulla difesa l'onere di dimostrare la non illiceità del fatto,mentre incombe sull'accusa l'onere di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio tutti gli elementi costitutivi della condotta sanzionata.

Un caso pratico che è stato trattato dal nostro Studio è quello in cui venga sottoposto a controllo un mezzo dotato di serbatoi supplementari non previsti in origine dalla casa costruttrice sul veicolo, né omologati in seguito. Questo stratagemma viene usato sempre più spesso dai trasportatori esteri per poter fare rifornimento in altri Paesi, ove la pressione fiscale sui carburanti è anche di molto inferiore, ed avere quindi una maggiore autonomia ed abbattere i costi di trasporto. Nel caso di specie, il legale rappresentante della ditta di spedizione era stato chiamato a rispondere del reato di sottrazione di prodotti energetici ad accisa, ritenendo che tale ipotesi integrasse un "trasporto atipico" ai sensi dell'art. 10, D.Lgs. 504/1995 .

Tuttavia, in punto, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea con una sentenza resa il 10 settembre 2014 ha affermato che la nozione di serbatoi normali, contenuta nella direttiva 2003/96/CE e trasposta nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 504/1995, deve essere interpretata nel senso che essa non esclude il serbatoio installati permanentemente sugli autoveicoli commerciali e destinati a rifornirli direttamente di carburante che siano stati montati da una persona diversa dal costruttore. Ovviamente, al fine di poter beneficiare di tale esclusione è indispensabile che detti serbatoi consentano l'utilizzazione diretta del carburante, sia per la propulsione di tale veicolo che, all'occorrenza, per il funzionamento, durante il trasporto, dei sistemi di refrigerazione o di altri sistemi.

Dunque sulla base dell'argomentazione difensiva avanzata dal nostro Studio, il Tribunale di Udine, facendo diretta applicazione dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia, non ha potuto far altro che prendere atto del fatto che il gasolio trasportato non era soggetto al pagamento di accisa in Italia e, di conseguenza, ha assolto il legale rappresentante da ogni accusa con la formula "perché il fatto non costituisce reato".

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

6-5-2019
Il "latte" è solo quello di origine animale.

E` vietato, in tutte le fasi della commercializzazione del prodotto, denominare come "latte" un prodotto puramente vegetale.

Lo ha affermato la Corte di Giustizia dell'Unione Europea nella sentenza del 14 giugno 2017, in causa C-422/16.
La vicenda prende le mosse da una controversia insorta tra un'associazione tedesca costituita a fini di contrasto alla concorrenza sleale e un'impresa alimentare operante nel settore della distribuzione di prodotti vegetariani e vegani. L'associazione contestava in particolare la possibilità dell'impresa alimentare di impiegare nella pubblicità e commercializzazione dei propri prodotti puramente vegetali la dicitura "burro di tofu, formaggio vegetale" o denominazioni simili e chiedeva, dunque, al Giudice tedesco di impedire l'impiego di tali denominazioni.
Poichè la materia delle denominazioni dei prodotti alimentari è regolata, tra le altre normative, dal reg. UE n. 1308/2013, il Giudice sollevava questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea, chiedendo se fosse consentito utilizzare la denominazione "latte" anche per i prodotti di origine vegetale, soprattutto nel caso in cui tale denominazione fosse completata da spiegazioni o descrizioni ulteriori volte a rendere edotto il consumatore dell'origine vegetale dell'alimento.
La Corte di Giustizia ha escluso radicalmente tale possibilità, atteso che l'allegato VII al reg. UE n. 1308/2013 stabilisce a chiare lettere, salve le ulteriori precisazioni che seguono, che il latte è esclusivamente il prodotto della secrezione mammaria normale, ottenuto mediante una o più mungiture, senza alcuna aggiunta o sottorazione; la medesima disposizione precisa altresì che per prodotti lattiero-caseari si intendono i prodotti derivati esclusivamente dal latte, così come poc'anzi definito. Per espressa previsione normativa sono dunque riservate unicamente ai prodotti lattiero-caseari le denominazioni siero di latte, crema di latte o panna, burro, latticello, formaggio, ecc.
Rileva, inoltre, la Corte di Giustizia che il summenzionato regolamento non solo riserva l'uso delle predette denominazioni al latte e suoi derivati, ma non consente nemmeno di impiegare tali nomi congiuntamente ad indicazioni esplicative volte ad indicare l'origine vegetale dell'alimento: dunque vige un divieto assoluto e non è consentito nemmeno l'uso di correttivi diretti a evitare che il consumatore sia indotto in errore in merito al bene acquistato.
Ad avviso della Corte, tale divieto consentirebbe, da un lato, ai consumatori di identificare in maniera certa e immediata i prodotti che presentano le caratteristiche specifiche legate alla composizione naturale del latte animale e ai regimi di qualità propri di detti beni e, dall'altro, ai produttori condizioni di concorrenza non falsate.
Deve essere, tuttavia, precisato che il ragionamento svolto dalla Corte europea non si estende ai prodotti, anche di origine vegetale, la cui natura sia chiara per uso tradizionale: tale eccezione si riferisce in particolare agli alimenti per i quali una decisione della Commissione, su indicazione degli stessi Stati membri, ha espressamente previsto l'applicazione di un regime derogatorio. Rientrano in tali eccezioni, ad esempio, il latte di mandorla, il burro di cacao e il latte di cocco, per i quali, quindi, è tuttora consentita la designazione come "latte".

@Avv. Alberta Martini Barzolai

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

4-5-2019
Obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne

Quando viene meno l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne e fino a che punto il genitore deve farsi carico del figlio ambizioso o fannullone?

La nostra legislazione, anche di rango costituzionale, prevede espressamente l'obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli, a prescindere dal fatto che essi siano nati da una relazione coniugale o da una convivenza more uxorio. Tale obbligo permane, come noto, anche qualora intervenga una crisi famigliare e i coniugi decidano di separarsi e, in seguito, di divorziare.
Accade infatti spesso che in sede di separazione il genitore non collocatario si impegni (o venga obbligato) al versamento di un assegno in favore del genitore che convive con i figli, quale contributo al mantenimento degli stessi, con la possibilità per entrambi i genitori di chiedere l'adeguamento di tale provvedimento economico qualora si verifichino situazioni che richiedono un aumento o una revoca dello stesso.
Per la cessazione dell'obbligo di mantenimento, dunque, non ha alcuna rilevanza il raggiungimento della maggiore età da parte del figlio: l' art.337 septies c.c. conferma, infatti, espressamente che i genitori possono essere obbligati anche al mantenimento dei figli maggiorenni, a condizione che essi non siano economicamente indipendenti. Il presupposto per il venir meno di tale obbligo è, dunque, il raggiungimento dell'autosufficienza economica, condizione che, in questo momento storico, è assai infrequente si verifichi al compimento dei 18 anni.
Nella legislazione vigente non si rinviene, tuttavia, alcun riferimento espresso circa la "durata massima" dell'obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni, nè ulteriori parametri sulla base dei quali stabilire con certezza se il figlio sia economicamente autosufficiente e, di conseguenza, se il genitore possa essere esonerato dall'obbligo di mantenerlo.
Per risolvere tale questione, occorre dunque far ricorso ai parametri elaborati dalla giurisprudenza, che ha avuto modo di pronunciarsi assai spesso in merito.
La giurisprudenza prevalente ha precisato, anzitutto, che l'onere di dimostrare che sussistono i presupposti per la revoca dell'assegno di mantenimento in favore dei figli grava sul genitore che richieda di essere esonerato da tale obbligo. Tuttavia, tale onere diviene sempre meno gravoso a mano a mano che si accresce l'età del figlio, in quanto al raggiungimento di un'età in cui in genere dovrebbero essersi conclusi gli studi universitari, si presume che il figlio abbia una professionalità tale da potersi collocare utilmente nel mondo del lavoro. Evidente è, infatti, che il Giudice debba compiere un bilanciamento tra l'interesse dei figli ad essere mantenuti e dei genitori a far sì che tale obbligo patrimoniale non si protragga sine die.
Il genitore che voglia essere esonerato dall'obbligo di mantenimento del figlio ormai maggiorenne dovrà, pertanto, provare, anche mediante presunzioni, che il figlio è economicamente indipendente, ad esempio, in quanto ha trovato un'occupazione lavorativa da cui trae una retribuzione adeguata, oppure che, sebbene privo di occupazione, avrebbe comunque le capacità per collocarsi utilmente nel mondo del lavoro.
Nel valutare il raggiungimento dell'autosufficienza economica dei figli maggiorenni, la Corte di Cassazione si è dimostrata particolarmente rigorosa, soprattutto nei casi in cui i figli avevano raggiunto un'età prossima ai trent'anni, ritenendo che la colpevole inerzia del ragazzo nella prosecuzione degli studi o nella ricerca di un lavoro, o il rifiuto ingiustificato di una posizione lavorativa adeguata rispetto alle proprie capacità non possa certamente gravare sul genitore. Se, dunque, il figlio non vuole lavorare, ha abbandonato gli studi o continua a mutare corso di laurea o, ancora, è all'inconcludente ricerca di occupazioni ambiziose o di nuovi titoli di studio, si dovrà fare carico delle proprie aspirazioni (a maggior ragione ove le stesse non siano il linea con le condizioni economiche e di vita della famiglia di origine).
Allo stesso modo, una volta venuti meno i presupposti per il mantenimento del figlio maggiorenne, la giurisprudenza esclude radicalmente che possa sorgere nuovamente qualche obbligo contributivo a carico del genitore, ad esempio, in ipotesi di perdita dell'impiego lavorativo da parte del figlio o di sopravvenienza di circostanze che lo rendano momentaneamente privo di sostentamento economico. In tale circostanza, dunque, il ragazzo potrebbe aspirare, al più, all'ottenimento di un assegno alimentare, ove naturalmente riesca a dimostrare la sussistenza delle condizioni di cui all' art.438 c.c.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

4-5-2019
Danno da insidia stradale: chi ne risponde?

Il Comune può essere condannato al risarcimento del danno subito anche su una via privata, se di "uso pubblico".

In un caso recentemente definito con Ordinanza della Corte di Cassazione n. 3216 del 2017, una signora aveva citato in giudizio il Comune al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta avvenuta su una strada in cattive condizioni di manutenzione. Nel secondo grado di giudizio, la richiesta risarcitoria era stata rigettata in quanto, ad avviso della Corte d'appello, non era provato che la strada in questione fosse di proprietà comunale: di conseguenza non avrebbe potuto configurarsi la particolare ipotesi di responsabilità c.d. aggravata ex art. 2051 c.c.
La Cassazione ha, invece, ritenuto di disattendere la decisione della Corte d'appello e, richiamando alcune decisioni precedenti, ha affermato che l'amministrazione comunale è tenuta a garantire la circolazione di mezzi e pedoni in condizioni di sicurezza sia sulla strada pubblica che sulle vie ad essa adiacenti. Il Comune ha quindi l'obbligo di provvedere alla manutenzione delle pubbliche vie, ma anche di accertarsi che le aree private limitrofe e di uso pubblico siano regolarmente curate in modo da essere sicure per il transito di mezzi e pedoni.
Pertanto, sebbene per le strade private l'obbligo di manutenzione gravi sul proprietario delle stesse, se il Comune omette di sorvegliare le vie su cui sia consentito il pubblico transito può essere chiamato a rispondere dei danni da insidia stradale, anche se il luogo del sinistro non è di sua proprietà.
L'obbligo di custodia si estende, dunque, ad avviso della Cassazione, anche alle aree private aperte al pubblico transito e, pertanto, si presume la colpa dell'amministrazione laddove questa non abbia provveduto alla manutenzione o alla messa in sicurezza o, nei casi più gravi, ad inibire l'accesso generalizzato alle vie private di "uso pubblico".
Ad aggravare la posizione dell'amministrazione vi è poi il fatto che, nella pratica, non è così semplice individuare quali vie siano di "uso pubblico" e, in ciò, la pronuncia della Cassazione è di aiuto solo in parte in quanto ritiene sussistente l'obbligo di vigilanza del Comune in ragione della "destinazione dell'area o delle sue condizioni oggettive" e - sembrerebbe - comunque per le sole strade private "latistanti le vie pubbliche".
Sulla pubblica amministrazione grava, quindi, una prova liberatoria particolarmente gravosa.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

4-5-2019
Trasferimenti immobiliari in sede di separazione.

Gli accordi patrimoniali effettuati in separazione e divorzio sono esenti da imposte sia se realizzati in favore dei figli che di uno dei coniugi.

Accade assai spesso che in sede di separazione o di divorzio i coniugi vogliano definire ogni questione patrimoniale esistente tra loro mediante la divisione dei beni cointestati, oppure il trasferimento di quote originariamente ricadenti nella comunione legale in favore dell'altro coniuge. Altrettanto frequente è la decisione dei coniugi di effettuare attribuzioni patrimoniali in favore dei figli, talvolta al fine di assolvere in tutto o in parte anche agli obblighi di mantenimento che graverebbero su uno dei genitori o su di entrambi.
Tali accordi sono pacificamente ammissibili ed entrambe le predette tipologie di trasferimento, secondo quanto confermato dalla giurisprudenza, consentono di beneficiare dell'esenzione dall'imposta di bollo, di registro ed ogni altra tassa ai sensi dell'art. 19, L. 74/1987, rientrando tra gli atti che i coniugi realizzano nell'intento di regolare i rapporti giuridici ed economici relativi alla crisi famigliare. Per quanto riguarda i trasferimenti immobiliari realizzati in favore dei figli, tuttavia, ai fini dell'applicazione dell'esenzione summenzionata è necessario che le parti diano atto in sede di separazione o di divorzio che l'accordo patrimoniale a beneficio dei figli è elemento indispensabile e funzionale ai fini della risoluzione della crisi coniugale (cfr. in particolare la Circolare Ag. Entrate n. 27/E del 21/06/2012). Infatti, in ipotesi di trasferimento patrimoniale in favore della prole risulta meno immediata la loro funzione di sistemazione dei rapporti tra i coniugi e, pertanto, nel dubbio che si tratti di atti di liberalità che non hanno alcuna connessione con la crisi famigliare, si prevede che sia resa esplicita la causa del trasferimento ai fini della verifica circa l'applicabilità dei benefici fiscali.
È, invece, dibattuta la modalità con cui si possa giungere a tale pattuizione poiché alcuni Tribunali consentono che i coniugi diano atto, con tutte le formalità necessarie, dell'accordo patrimoniale intervenuto tra loro ai fini della definizione della crisi già in sede di ricorso congiunto di separazione o di divorzio. In tal caso il trasferimento immobiliare si produrrebbe sin dalla pronuncia del decreto di omologa e, poiché il verbale d'udienza riveste la forma dell'atto pubblico, esso sarebbe direttamente trascrivibile. Altri Tribunali ritengono, viceversa, che in sede di ricorso possa essere previsto il solo impegno a realizzare il trasferimento immobiliare in esecuzione degli accordi assunti in sede di separazione o di divorzio. In detta ipotesi, pertanto, l'accordo concluso in udienza si atteggerebbe come una sorta di contratto preliminare e, ai fini del prodursi dell'effetto traslativo, sarebbe indispensabile stipulare un successivo rogito notarile, a seguito del quale verrà formalizzata la trascrizione dell'acquisto.
Va, tuttavia, ricordato che i trasferimenti patrimoniali diretti a beneficio dei figli minori presentano delle complessità più marcate, che richiedono un'attenta disamina caso per caso in modo tale da individuare la migliore procedura che consenta di realizzare al contempo l'interesse del minore e la funzione di risoluzione della crisi connessa all'accordo patrimoniale in questione.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

4-5-2019