La sorveglianza sanitaria del videoterminalista.

1. L'OBBLIGO DI SORVEGLIANZA SANITARIA

Per sorveglianza sanitaria si intende l’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa.

In particolare, ai sensi dell’art. 242, D.Lgs. 81/2008, sono sottoposti a sorveglianza sanitaria i lavoratori e le figure agli stessi equiparati (come, per esempio, i praticanti), per i quali nel Documento di Valutazione del Rischio è indicato un livello di rischio in relazione al quale la normativa vigente ne prevede l’obbligo.

In presenza dei seguenti fattori di rischio, la normativa vigente impone la vigilanza sanitaria, con il correlato obbligo di nominare un medico competente:

- Lavorazioni industriali, elencate nella tabella annessa al D.Lgs. 81/2008, che espongono all’azione di sostanze tossiche o infettanti o che risultano comunque nocive;

- Lavorazioni nelle quali vi è il rischio di esposizione al piombo, all’amianto e al rumore;

- Rischio di esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici;

- Rischio di esposizione alle radiazioni ionizzanti;

- Movimentazione manuale dei carichi;

- Uso di attrezzature munite di videoterminali;

- Rischio di esposizioni ad agenti cancerogeni e biologici;

- Rischio silicosi.

Inoltre, in ogni caso, il datore è obbligato a disporre la sorveglianza sanitaria qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Il datore di lavoro è obbligato ad inviare i lavoratori ad effettuare tutti gli accertamenti necessari per poter esprimere un giudizio di idoneità sanitaria, ai sensi dell’art. 41, D.Lgs. 81/2008: in difetto di tale esame, non è possibile adibire un lavoratore ad alcuna mansione lavorativa per la quale detta idoneità sia prevista.

Tuttavia tale primo controllo (ossia la visita medica preventiva) non esaurisce l’obbligo di vigilanza sanitaria, che prosegue anche dopo l’avvenuta instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro; più in dettaglio, l’obbligo di sottoporre il lavoratore alle visite mediche scatta in occasione del cambio di mansione, se la nuova mansione espone a rischi differenti rispetto alla precedente, ovvero periodicamente in considerazione delle scadenze normative o di quelle definite dal medico e dal datore di lavoro, ovvero su richiesta del lavoratore se tale richiesta sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute.

Inoltre l’obbligo di sottoporre il lavoratore a visita medica sussiste anche al rientro al lavoro in seguito ad assenze per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni, nonché alla cessazione del rapporto di lavoro. Tuttavia, in tale ultima ipotesi, detto obbligo permane solo nei casi in cui questo sia esplicitamente previsto dalla legge, come nel caso in cui il lavoratore sia esposto a sostanze cancerogene e mutagene.

Infine, l’art. 41, D.Lgs. 81/2008 prevede al comma 4 la possibilità, per alcune categorie specifiche di lavoratori, che le visite mediche vengano effettuate anche al fine di verificare l’assenza di condizioni di alcool dipendenza o tossico dipendenza, in particolare per le mansioni che implicano lo svolgimento di attività specifiche, cui generalmente è connesso un particolare rischio, come, a titolo esemplificativo, i piloti d’aereo, gli autotrasportatori, ma anche i mulettisti.

Tuttavia, le visite mediche non possono essere mai eseguite per accertare stati di gravidanza e per motivi diversi da quelli previsti per l’accertamento dell’idoneità specifica.

L’esito della sorveglianza si esprime in un giudizio di: a) idoneità; b) idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni; c) inidoneità temporanea; d) inidoneità permanente.

Inoltre, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 14, D.Lgs. 81/2008 è prevista la possibilità di proporre ricorso, entro trenta giorni dalla comunicazione del giudizio, all’organo di vigilanza territorialmente competente, il quale, eseguiti gli eventuali ulteriori accertamenti, può confermare, modificare ovvero revocare il giudizio.

2. LA SORVEGLIANZA SANITARIA DEI LAVORATORI AI VIDEOTERMINALI.

Esaurita questa panoramica generale, occorre analizzare un rischio in particolare, ossia quello correlato all’utilizzo di videoterminali. Tali apparecchi sono ormai così diffusi e così utilizzati da essere strumento irrinunciabile per una grande varietà di impieghi. Tuttavia, spesso si sottovalutano i rischi per la salute legati all'utilizzo di videoterminali, in primis per gli occhi.

Il Decreto Legislativo 81/2008 dedica al lavoro a videoterminale gli artt. da 172 a 179, nonché l’allegato XXXIV (Videoterminali).

Invero, sul medesimo tema il Ministero del lavoro, già sotto la vigenza del D.Lgs. 626/1994 (successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008), aveva elaborato delle "linee guida d’uso dei videoterminali", contenute nel D.M. 2 ottobre 2000. Tali linee guida erano “finalizzate alla prevenzione dei disturbi fisici e mentali che possono essere provocati dall’utilizzo di tali attrezzature”.

Le indicazioni ivi contenute sono state recepite anche nella nuova disciplina, ove ci si è preoccupati di dare una trattazione organica e dettagliata delle attività che rendono necessaria la sorveglianza sanitaria.

Dunque, oggi l’utilizzo di videoterminali è espressamente contemplato dagli artt. da 172 a 179, D.Lgs. 81/2008 tra le attività pericolose che impongono, dunque, al datore tutti gli obblighi connessi alla vigilanza sanitaria.

Tuttavia, occorre sin d’ora segnalare come tali obblighi scattino unicamente nel caso in cui il lavoratore utilizzi in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali, un’attrezzatura munita di videoterminali.

Nel caso in cui il lavoratore venga adibito ad una mansione che preveda l’impiego del computer per almeno 20 ore complessive settimanali, occorre, dunque sottoporre il lavoratore a vigilanza sanitaria preventiva e periodica.

L’idoneità del lavoratore a svolgere la mansione non va, peraltro, valutata in relazione ai soli problemi oculo-visivi ma anche ai rischi connessi ai danni all’apparato muscolo-scheletrico (disturbi ostearticolari della colonna vertebrale e del sistema spalla-braccio-avambraccio-mano).

Dovrà considerarsi, quindi, da parte del medico competente, la prescrizione di approfondimenti mirati con l’esecuzione di eventuali visite specialistiche ed esami strumentali del rachide cervicale che escludano ipotesi di non idoneità all’uso dei VDT.

Sarà il medico competente, sulla scorta dei risultati degli approfondimenti diagnostici, a esprimere l’idoneità al lavoro del soggetto interessato oppure a prescrivergli indicazioni (es. pause posturali periodiche) se gli esami hanno dato esito di sofferenze sintomatiche come, ad esempio, l’ernia discale.

L’art. 41, comma 2, lett. c), D.Lgs. 81/2008 consente al lavoratore di richiedere una visita medica qualora sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute, suscettibili di peggioramento a causa dell’attività lavorativa svolta, al fine di esprimere il giudizio di idoneità alla mansione specifica”.

Oltre alla esecuzione delle visite mediche e alle eventuali prescrizioni integrative a favore del lavoratore addetto ai videoterminali, il Medico competente deve valutare nell’ambiente di lavoro, la congruità della distribuzione dei videoterminali, dell’orario e delle mansioni lavorative, dell’illuminazione dell’ambiente e della postazione di lavoro rispetto alle norme ergonomiche di riferimento.

Le visite mediche sono prescritte a distinte cadenze: esse sono biennali per i soggetti che hanno ricevuto un giudizio d’idoneità con prescrizioni o con limitazioni, nonché per i soggetti che hanno compiuto il cinquantesimo anno di età, mentre in tutti gli altri casi esse sono quinquennali.

Ai sensi dell’art. 174, ultimo comma, D.Lgs. 81/2008, il datore deve organizzare e predisporre i posti di lavoro in conformità ai requisiti minimi di cui all’allegato XXXIV, in modo tale da garantire al lavoratore una postazione di lavoro che possa ridurre al minimo i rischi di insorgenza dei disturbi, fastidi o patologie legate all’attività svolta.

A tal fine, occorre fornire al lavoratore alcuni strumenti, quali:

- una sedia dotata di rotelle autofrenanti, che abbia il sedile regolabile in altezza e lo schienale regolabile in altezza e inclinazione;

- un piano di lavoro sufficientemente ampio, tale da consentire di appoggiare i documenti necessari al lavoro e da permettere di posizionare il monitor a 50/70 cm dagli occhi.

Inoltre occorre anche fare sì che lo schermo non presenti riflessi; pertanto evitare di posizionare i monitor in modo tale che alle spalle del lavoratore si trovino fonti luminose, sia naturali che artificiali.

Si segnala poi che:

- a richiesta del lavoratore, onde permettere allo stesso di sedere in posizione ottimale, deve essere fornito un poggiapiedi;

- può rendersi necessario un supporto per documenti;

- lo schermo deve essere orientabile ed inclinabile, avere immagine stabile, esente da sfarfallamento, con brillanza e contrasto regolabili, non deve produrre riflessi e riverberi molesti;

- la tastiera deve essere inclinabile, dissociata dallo schermo, priva di riflessi, con tasti facilmente leggibili dalla normale posizione di lavoro;

- l’impiego prolungato dei computer portatili “necessita della fornitura di una tastiera e di un mouse o altro dispositivo di puntamento esterni nonché di un idoneo supporto che consenta il corretto posizionamento dello schermo”.

L’art. 177, D.Lgs. 81/2008 stabilisce, inoltre, che il datore di lavoro assicuri ai lavoratori una formazione specifica, in particolare per quanto riguarda:

a) le misure applicabili al posto di lavoro, in base all'analisi dello stesso;

b) le modalità di svolgimento dell'attività;

c) la protezione degli occhi e della vista.

3. LE SANZIONI PREVISTE

Ai fini della tutela della salute dei lavoratori addetti ai videoterminali, il legislatore ha previsto all’art. 178 D.Lgs. 81/2008 specifiche sanzioni a carico del datore di lavoro e del dirigente che non ottemperi agli obblighi imposti.

In particolare «1. Il datore di lavoro ed il dirigente sono puniti: a) con l'arresto da tre a sei mesi o con l'ammenda da 2.500 fino a 6.400 euro per la violazione degli articoli 174, comma 2 e 3, 175, commi 1 e 3, e 176, commi 1, 3, 5; b) con l'arresto da due a quattro mesi o con l'ammenda da 750 a 4.000 euro per la violazione degli articoli 176, comma 6, e 177. 2. La violazione di più precetti riconducibili alla categoria omogenea di requisiti di sicurezza relativi alle attrezzature munite di videoterminale di cui all'allegato XXXIV, punti 1, 2 e 3 è considerata una unica violazione ed è punita con la pena prevista dal comma 1, lettera a). L'organo di vigilanza è tenuto a precisare in ogni caso, in sede di contestazione, i diversi precetti violati.

Si tratta, dunque, di fattispecie contravvenzionali, punibili tanto a titolo di dolo, che di colpa. Ciò potrebbe rappresentare in astratto un vantaggio per l’accusa, potendo – sulla scorta di una contestazione alternativa - cercare di bypassare la necessità di fornire una specifica caratterizzazione dell’elemento psicologico dell’agente, sia esso doloso ovvero colposo.

D’altro canto, il termine di prescrizione delle fattispecie contravvenzionali è più breve rispetto a quello previsto per i delitti, circostanza che, soprattutto in presenza di procedimenti complessi e articolati, potrebbe portare a frustrare le esigenze di tutela.

Ma pare ben più rilevante rimarcare la possibilità per l’imputato di estinguere i reati a mezzo lo strumento dell’oblazione, come previsto dall’art. 162 bis, c.p.

Ciò finisce per depotenziare grandemente lo strumento della tutela penale (il reato può essere estinto in fase di apertura del dibattimento, magari dopo lunga attività di indagine e dispendio di energie) facendolo apparire lo strumento scelto dal legislatore non adeguato ad una tutela effettiva dei lavoratori. In prospettiva de jure condendo, tale opzione legislativa meriterebbe dunque, a sommesso avviso di chi scrive, di essere rimeditata, potendo essere raggiunto lo stesso risultato mediante la previsione di un illecito amministrativo con una sanzione pecuniaria commisurata alla gravità della violazione.

Ciò premetterebbe, invero, anche un notevole risparmio di risorse per la Pubblica Amministrazione, senza, tuttavia, lasciare sguarnite di tutela le norme poste a presidio della salute del lavoratore.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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22-8-2019
A chi spetta la casa familiare dopo la separazione?

Spesso ci viene richiesto chi dei genitori ha diritto a continuare ad abitare la casa coniugale dopo la separazione e se questo diritto dipenda o meno dal fatto che la casa sia di proprietà di uno solo o di entrambi i coniugi.

Anzitutto, deve essere chiarito che il provvedimento del Giudice relativo alla casa familiare non attribuisce la proprietà all'uno o all'altro coniuge, ma accorda al genitore presso cui sono collocati i figli il diritto di continuare ad abitare con la prole presso la residenza coniugale, a prescindere dal fatto che l'immobile in questione sia cointestato, di proprietà dell'altro coniuge o, addirittura, di proprietà di un terzo.

La funzione dell’assegnazione della casa coniugale è quella di garantire ai figli della coppia la conservazione del proprio habitat famigliare, inteso non solo come ambiente fisico, ma principalmente come centro degli affetti e luogo di esplicazione della personalità.

Lo scopo dell’assegnazione della casa coniugale è dunque quello di evitare ai figli che essi, nella fase già di per sé delicata della crisi famigliare, siano costretti ad un traumatico allontanamento dal loro ambiente sociale e di vita.

Va precisato, peraltro, che da alcuni anni è mutato il presupposto normativo sulla base del quale il Giudice può assegnare l'abitazione familiare, poichè ora esso non è più strettamente collegato all’affidamento della prole, ma è più genericamente definito con riguardo all’interesse dei figli, che deve essere tenuto prioritariamente in considerazione. Nonostante l’avverbio “prioritariamente” impiegato dalla norma, la giurisprudenza e la dottrina prevalenti ritengono che la tutela dell’interesse dei figli sia nella sostanza l’unico criterio che legittima l’assegnazione dell’abitazione famigliare (V. in giurisprudenza Cass. civ., n. 23591/2013; Cass. civ., n. 1491/2011; Cass. civ., n. 9079/2011; Cass. civ., n. 18440/2013; Cass. civ., n. 19347/2016). La nuova formulazione, seppur ambigua, ha così consentito di risolvere le difficoltà originariamente connesse all’assegnazione in presenza di figli maggiorenni, per i quali non poteva esservi “affidamento”, e di risolvere la questione attinente all’assegnazione con un approccio concretamente riferito alla convivenza/collocazione dei figli, anziché all’affidamento (peraltro di regola condiviso) e all’effettivo legame della prole con l’abitazione adibita a residenza famigliare.

Si è costantemente escluso, invece, anche prima dell’introduzione dell’art. 337 sexies c.c., che il provvedimento di assegnazione possa essere disposto in funzione della tutela di uno dei coniugi e, in particolare, di quello economicamente più debole, poiché la valutazione dei rapporti economici tra i coniugi può essere funzionale – in ipotesi di assegnazione nell’interesse dei figli – solo a ridurre l’ammontare dell’assegno di mantenimento disposto in favore del coniuge assegnatario.

Dal punto di vista dei presupposti, è indispensabile che il provvedimento assegnativo abbia ad oggetto la «casa familiare», ossia il «luogo degli affetti, degli interessi, e delle abitudini in cui si esprime la vita familiare e si svolge la continuità delle relazioni domestiche, centro di aggregazione e di unificazione dei componenti del nucleo, complesso di beni funzionalmente organizzati per assicurare l'esistenza della comunità familiare» (Così Cass. SS.UU. n. 13603/2004). L’assegnazione non può pertanto riferirsi alle abitazioni occasionalmente impiegate dalla famiglia per le vacanze, né – per quanto concerne il figlio maggiorenne che risieda fuori sede – all’abitazione in cui il figlio faccia saltuariamente ritorno (cfr. Cass. civ., n. 6861/2010). La giurisprudenza ha altresì ritenuto che non possa essere considerata “casa familiare” nemmeno l’abitazione in cui i coniugi, già separati di fatto, non convivano più da lungo tempo (così Cass. civ., n. 12977/2012).

Come ora prevede espressamente l’art. 337 sexies c.c., il provvedimento di assegnazione della casa famigliare e di revoca dell’assegnazione è trascrivibile al fine di opporre il relativo provvedimento ai terzi acquirenti del bene o che vantino diritti incompatibili con il diritto personale di godimento dell’assegnatario. 

Il diritto di abitare la casa familiare assegnata in sede di separazione e/o divorzio viene meno, invece, qualora i figli cessino di abitare unitamente al genitore assegnatario o il genitore stesso si trasferisca altrove. Viceversa, qualora il genitore assegnatario instauri una nuova convivenza o contragga un nuovo matrimonio, il diritto di abitare la casa familiare non si estingue in modo automatico, ma il Giudice può pronunciare la revoca del provvedimento di assegnazione avuto riguardo solo all'interesse attuale dei figli.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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5-8-2019
Automobili schilometrate: quali tutele per l'acquirente?
1) Premessa: a quali elementi prestare attenzione.
L’acquisto di una vettura costituisce nella maggior parte dei casi una decisione importante: l’esborso economico da sostenere può essere significativo, si tratta di un bene che si presume duri nel tempo e le variabili sono moltissime.
Per questo, soprattutto in questo periodo di crisi, molte persone si rivolgono al mercato dell’usato, sperando di trovare valide occasioni che da un lato non incidano troppo sul portafogli, e, dall’altro, non facciano rimpiangere l’agognato acquisto di un veicolo nuovo appena uscito dalla catena di montaggio.
Ma spesso, dietro alle offerte strepitose, quelle da prendere al volo, si possono nascondere brutte sorprese: uno studio elaborato dal Parlamento europeo nel gennaio 2018, ha stimato in una cifra compresa tra il 30 ed il 50% il numero delle vetture che hanno subito alterazioni del chilometraggio.
Dunque sono tantissime la macchine che vengono “ringiovanite” di 50, 60, alle volte persino oltre 100.000 chilometri, per assicurare al venditore un notevole margine di profitto, a scapito dell’ignaro acquirente.
Il tutto, a tacere di tutte le conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza della vettura.
Ma quali sono gli indici che dovrebbero mettere in allarme l'acquirente?
In realtà la casistica è così varia che non è possibile dare indicazioni precise, ma, in linea di massima, ci sono alcuni aspetti che dovrebbero sicuramente far suonare qualche campanello d’allarme. Chilometraggi troppo bassi rispetto all’età della macchina – e al tipo di vettura – devono essere approfonditi.
Allo stesso modo, la consegna di duplicati del libretto di circolazione, invece che l’originale, potrebbero nascondere sorprese.
Anche revisioni troppo recenti, magari fuori dalle scadenze canoniche dovrebbero insospettire e neppure la presenza di un libretto dei tagliandi effettuati presso una concessionaria ufficiale non mette al sicuro da ogni rischio. Come pure l’eccessiva disponibilità del venditore ad accordare consistenti riduzioni del prezzo, o la richiesta di pagare una quota dell’importo “in nero”, dichiarando al momento del passaggio di proprietà un corrispettivo di molto inferiore, potrebbero nascondere una fregatura.
A fronte anche del mero sospetto, vale sicuramente la pena fare qualche accertamento in più, in particolare con una visura al P.R.A. e chiedendo spiegazioni dettagliate al venditore.
Soprattutto, è bene non fidarsi delle apparenze: se il "lavoro" è fatto con una certa accortezza, è molto difficile risalire all’effettivo chilometraggio di un veicolo solo dalle sue condizioni esteriori, anche perché interventi “cosmetici” relativamente poco costosi (per esempio la lucidatura della carrozzeria, la pulizia del motore e il rifacimento delle tappezzerie), potrebbero far sembrare molto più giovane un veicolo che, in realtà, ha ormai accumulato così tanti chilometri da aver fatto il giro del mondo.
Insomma, in ogni caso è sempre meglio cercare di fare più accertamenti possibile per verificare se i dati comunicati dal venditore corrispondono al vero.
Ma cosa fare se, dopo aver acquistato la macchina tanto sognata, al sorgere dei primi problemi, si finisce in officina e si scopre di aver preso la classica “sòla”?
2) I rimedi civilistici.
Se la vendita è avvenuta tra un professionista e un consumatore, quest'ultimo potrà giovarsi di una disciplina particolarmente favorevole contenuta nel codice del consumo, che permette all'acquirente di chiedere al venditore - in prima istanza - di riparare o sostituire il mezzo e, ove tali rimedi non siano praticabili o non siano risultati soddisfacenti, una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto.
Se, viceversa, la vendita è avvenuta tra privati si applicheranno i tradizionali rimedi previsti dal codice civile per i vizi della cosa venduta.
3) La tutela penale.
Per quanto riguarda il versante penale, la giurisprudenza ha più volte chiarito che l’alterazione del contachilometri di una vettura integra il reato di truffa previsto all’art. 640 c.p., che punisce chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
In particolare si parlerà nel caso di specie di “truffa contrattuale”, poiché l’alterazione della realtà ricade su una qualità determinante del bene posto in vendita e fondamentale rispetto alla determinazione dell’acquirente di procedere nell’acquisto.
In particolare, l’ingiusto profitto e il correlativo danno sono integrati dalla stipulazione di un contratto che non sarebbe stato concluso, ovvero non lo sarebbe stato alle medesime condizioni: in tale quadro a nulla rileva il fatto che, in ipotesi, il prezzo corrisposto equivalga al reale valore dell'autoveicolo (ex multis, Cass. Pen., sent. 29/09/1980, nonché da ultimo, Cass. Pen., sent. n. 25223 del 18/04/2019).
Inoltre, risponde del reato in questione anche il venditore che abbia consapevolmente sottaciuto, in sede di trattative, la manomissione del contachilometri, anche se da altri posta in essere (Cassazione penale sez. III, 25/01/2018, n.24027).
Infine, dal punto di vista procedurale, va segnalato che il reato di truffa è procedibile a querela, che dovrà essere proposta entro il termine di tre mesi, decorrenti dal momento della scoperta dell’alterazione del dato chilometrico.
Tuttavia, si procede d’ufficio (e quindi anche senza la necessità di una querela da parte della persona offesa) se la condotta ha causato un danno patrimoniale di rilevante gravità (cfr. art. 61, n.7, c.p.), circostanza aggravante che potrebbe sussistere in molti casi, dato il valore spesso non modesto della vettura acquistata.
4) La tutela dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Va infine ricordato che, se la vendita è avvenuta tra professionista e consumatore, si applicherà anche la disciplina relativa alle pratiche commericali scorrette, con conseguente competenza dell’autorità garante della concorrenza e del mercato (d’ora in avanti AGCM) ad accertare la violazione ed applicare la corrispondente sanzione amministrativa pecuniaria.
Di recente, ad esempio, con il provvedimento n. 27780/2019, pubblicato il 27/05/2019 l’AGCM ha concluso un procedimento sanzionatorio nei confronti di una concessionaria responsabile di aver commercializzato diversi autoveicoli usati senza effettuare i dovuti controlli relativi al chilometraggio effettivo di percorrenza, ingannando così i consumatori in ordine a tale requisito, al fine di aumentare il valore commerciale delle vetture. L’AGCM ha ritenuto che il comportamento della concessionaria integrasse una pratica commerciale ingannevole ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. b) e d), cod. cons. poiché la vendita di vetture che hanno subito un’alterazione consistente del chilometraggio ingenera negli acquirenti un falso affidamento in ordine ad una caratteristica fondamentale ai fini della valutazione economica di un’auto usata, inducendo il consumatore ad assumere decisioni di natura commerciale che non avrebbe altrimenti assunto.
Sottolinea peraltro l’AGCM che il comportamento posto in essere arreca pregiudizio ai consumatori non solo al momento dell’acquisto, ma anche successivamente poiché l’acquirente dispone di un veicolo di valore di mercato notevolmente inferiore e verosimilmente dovrà ricorrere ad interventi di manutenzione e controlli tecnici più frequenti ed approfonditi, che non erano affatto prevedibili all’atto di acquisto.
Alla luce di ciò, viene irrogata una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad € 30.000,00.
@Avv. Alberta Martini Barzolai
@Avv. Patrizio Paolo Palermo
 

 

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26-7-2019
Il trasferimento di residenza del minore tra necessità di accordo e libertà del genitore.

La decisione inerente la residenza abituale dei minori è una delle questioni di maggiore importanza per la vita del bambino  che deve essere assunta di comune accordo tra il padre e la madre, anche laddove si sia in presenza di un affido esclusivo (art. 337 ter, comma 3, c.c. e 337 quater, comma 3, c.c.) .  Non è ammissibile, quindi, una decisione unilaterale del singolo genitore, che risulterebbe anzi censurabile sia in sede civile che penale.

Pur partendo da tali principi, però, in caso di trasferimento, si pone un delicato problema di bilanciamento degli interessi del figlio a mantenere un collegamento con il territorio, i punti di riferimento scolastici, le relazioni affettive e prim'ancora un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori nel luogo della residenza attuale e l'interesse di un genitore a trasferirsi in altro luogo, interesse quest'ultimo che costituisce esercizio di un diritto di rango costituzionale protetto e garantito dall’art. 16 Cost. che non può essere compresso per il solo fatto che tale genitore dovrebbe portare con sè i figli.

Tuttavia, se è vero che il genitore è libero di mutare la propria residenza, egli non può portare con sè i figli in assenza del consenso dell’altro genitore e, in caso di disaccordo, sarà il Giudice a stabilire se risponde o meno maggiormente agli interessi dei figli il trasferimento unitamente al genitore oppure la collocazione prevalente presso l'altro genitore (così Cass. Civ. n. 18087/16; Cass.civ. n. 9633/15).

Va in primo luogo chiarito che, nel bilanciamento di tali interessi, il Giudice può autorizzare il trasferimento di residenza del genitore istante e la collocazione del minore presso tale genitore solo se detta decisione sia rispondente all’interesse morale e materiale del figlio.

In particolare, deve essere dimostrato che il trasferimento di residenza non pregiudichi lo sviluppo della personalità del minore e i suoi interessi morali e materiali e che possa essere assicurato ugualmente, anche in caso di trasferimento, il suo diritto a mantenere un rapporto significativo e continuativo con l'altro genitore e con il ramo parentale di quest’ultimo.

Il genitore che decida di trasferire il figlio senza il preventivo accordo con l'altro o una decisione del Giudice si espone invece al rischio di essere sottoposto anche ad un procedimento penale laddove l'allontanamento del bambino impedisca all'altro genitore l'esercizio della responsabilità genitoriale: anche di recente la Suprema Corte ha infatti affermato che "il genitore che si propone di modificare il luogo di vita del minorenne non può procedere all'insaputa dell'altro genitore e, se non ne ottiene il consenso, deve rivolgersi all'Autorità giudiziaria perchè il fatto stesso della compromissione dell'armonico esercizio delle prerogative genitoriali lede l'interesse protetto dalla norma incriminatrice" relativa al reato di sottrazione di minori" (Cass. pen. n. 2671/2017)

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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23-6-2019
Trasporto atipico di carburante: quali rischi?

E` noto che ad es. in Austria e Slovenia il costo del carburante è inferiore, ma può essere molto pericoloso approfittarne facendo la "scorta"...

Il nostro ordinamento prevede che alcuni prodotti siano sottoposti ad accisa, ossia ad un'imposta indiretta che grava sulla produzione o sul consumo di tali beni. Questi prodotti sono in primis i prodotti energetici (come benzina, gas, gasolio, ecc...), gli alcolici, l'energia elettrica ed i tabacchi.

La normativa nazionale è frutto di un processo di "armonizzazione comunitaria", avente lo scopo di uniformare le differenti norme adottate sul piano interno dai singoli Stati Membri.

Tale normativa assume una sempre maggiore importanza nella pratica in ragione dello svilupparsi degli scambi commerciali che coinvolgono altri Paesi dell'Unione: infatti, stabilisce il D.Lgs. 504/1995 che sono soggetti ad accisa i prodotti immessi in consumo in un altro Stato Membro che vengono detenuti a scopo commerciale nel Territorio Nazionale.

Detto obbligo di versare l'accisa, con tutti connessi adempimenti fiscali, grava in primo luogo in capo al soggetto, diverso da un privato, che li detiene: tuttavia, anche il privato è tenuto a provvedere al pagamento nel caso in cui vengano acquistati prodotti sottoposti ad accisa non per uso proprio e trasportati n quantitativi superiori a quelli previsti dall'articolo 11 del D.Lgs. n. 504 del 1995.

Tale articolo dispone che possono considerarsi acquistati per uso proprio i prodotti sottoposti ad accisa acquistati e trasportati da privati entro un determinato quantitativo, stabilito per ogni singolo prodotto: per esempio nel caso di superalcolici è previsto il limite di 10 litri, mentre nel caso del vino tale limite ammonta a 90 litri, e così via per birra, sigarette, tabacco da fumo, ecc...

Oltre ai limiti quantitativi di cui sopra, al fine di determinare se i prodotti rinvenuti sono detenuti dal privato ad uso proprio o meno, vengono presi in considerazione anche altri indici, tra cui le modalità di trasporto dei prodotti, il luogo in cui essi si trovano, la loro natura, l'oggetto dell'eventuale attività commerciale svolta dal detentore ed ogni documento commerciale relativo agli stessi prodotti.

Diversa è la regolamentazione nel caso dei prodotti energetici, per i quali incombe sul privato l'obbligo di versare l'accisa se questi vengono trasportati con modalità definite "atipiche": in merito, l'art. 11, comma 5, D.Lgs. 504/95, ricalcando la normativa comunitaria contenuta nella direttiva 2003/96/CE, specifica che per "trasporto atipico" deve essere inteso il trasporto del carburante in contenitori diversi dai serbatoi normali, dai contenitori per usi speciali o dall'eventuale bidone di scorta, di capacità non superiore a 10 l., nonché il trasporto di prodotti energetici liquidi destinati al riscaldamento con mezzi diversi dalle autocisterne utilizzate per conto di operatori professionali.

Così, ad esempio, si considera sottoposta ad accisa la benzina trasportata dal privato con un'autovettura in una tanica di capienza superiore ai 10 litri, oppure, ancora, il gasolio destinato al riscaldamento, facilmente reperibile nei distributori sloveni, trasportato da un privato, a prescindere dal relativo quantitativo.

Se, dunque, in caso di trasporto "atipico"questi beni vengono considerati detenuti per scopi commerciali, ne deriva come ulteriore conseguenza l'accusa per il privato del reato di sottrazione di prodotti energetici al pagamento dell'accisa.

Tale reato, previsto all'art. 40, D.Lgs. n. 504/95, è punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa dal doppio al decuplo dell’ imposta evasa, non inferiore in ogni caso a 7.746 €.

Occorre in punto sottolineare che la normativa, ai fini della pena, considera il tentativo al pari del reato consumato, e inoltre è prevista una circostanza aggravante nel caso in cui il quantitativo di prodotti energetici sia superiore a 2000 kg.

La norma incriminatrice parrebbe configurare una presunzione assoluta di destinazione ai fini commerciali dei prodotti energetici trasportati dal privato con modalità atipiche, presunzione difficilmente conciliabile con i principi che regolano il processo penale ove non è concesso di scaricare sulla difesa l'onere di dimostrare la non illiceità del fatto,mentre incombe sull'accusa l'onere di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio tutti gli elementi costitutivi della condotta sanzionata.

Un caso pratico che è stato trattato dal nostro Studio è quello in cui venga sottoposto a controllo un mezzo dotato di serbatoi supplementari non previsti in origine dalla casa costruttrice sul veicolo, né omologati in seguito. Questo stratagemma viene usato sempre più spesso dai trasportatori esteri per poter fare rifornimento in altri Paesi, ove la pressione fiscale sui carburanti è anche di molto inferiore, ed avere quindi una maggiore autonomia ed abbattere i costi di trasporto. Nel caso di specie, il legale rappresentante della ditta di spedizione era stato chiamato a rispondere del reato di sottrazione di prodotti energetici ad accisa, ritenendo che tale ipotesi integrasse un "trasporto atipico" ai sensi dell'art. 10, D.Lgs. 504/1995 .

Tuttavia, in punto, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea con una sentenza resa il 10 settembre 2014 ha affermato che la nozione di serbatoi normali, contenuta nella direttiva 2003/96/CE e trasposta nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 504/1995, deve essere interpretata nel senso che essa non esclude il serbatoio installati permanentemente sugli autoveicoli commerciali e destinati a rifornirli direttamente di carburante che siano stati montati da una persona diversa dal costruttore. Ovviamente, al fine di poter beneficiare di tale esclusione è indispensabile che detti serbatoi consentano l'utilizzazione diretta del carburante, sia per la propulsione di tale veicolo che, all'occorrenza, per il funzionamento, durante il trasporto, dei sistemi di refrigerazione o di altri sistemi.

Dunque sulla base dell'argomentazione difensiva avanzata dal nostro Studio, il Tribunale di Udine, facendo diretta applicazione dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia, non ha potuto far altro che prendere atto del fatto che il gasolio trasportato non era soggetto al pagamento di accisa in Italia e, di conseguenza, ha assolto il legale rappresentante da ogni accusa con la formula "perché il fatto non costituisce reato".

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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6-5-2019
Il "latte" è solo quello di origine animale.

E` vietato, in tutte le fasi della commercializzazione del prodotto, denominare come "latte" un prodotto puramente vegetale.

Lo ha affermato la Corte di Giustizia dell'Unione Europea nella sentenza del 14 giugno 2017, in causa C-422/16.
La vicenda prende le mosse da una controversia insorta tra un'associazione tedesca costituita a fini di contrasto alla concorrenza sleale e un'impresa alimentare operante nel settore della distribuzione di prodotti vegetariani e vegani. L'associazione contestava in particolare la possibilità dell'impresa alimentare di impiegare nella pubblicità e commercializzazione dei propri prodotti puramente vegetali la dicitura "burro di tofu, formaggio vegetale" o denominazioni simili e chiedeva, dunque, al Giudice tedesco di impedire l'impiego di tali denominazioni.
Poichè la materia delle denominazioni dei prodotti alimentari è regolata, tra le altre normative, dal reg. UE n. 1308/2013, il Giudice sollevava questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea, chiedendo se fosse consentito utilizzare la denominazione "latte" anche per i prodotti di origine vegetale, soprattutto nel caso in cui tale denominazione fosse completata da spiegazioni o descrizioni ulteriori volte a rendere edotto il consumatore dell'origine vegetale dell'alimento.
La Corte di Giustizia ha escluso radicalmente tale possibilità, atteso che l'allegato VII al reg. UE n. 1308/2013 stabilisce a chiare lettere, salve le ulteriori precisazioni che seguono, che il latte è esclusivamente il prodotto della secrezione mammaria normale, ottenuto mediante una o più mungiture, senza alcuna aggiunta o sottorazione; la medesima disposizione precisa altresì che per prodotti lattiero-caseari si intendono i prodotti derivati esclusivamente dal latte, così come poc'anzi definito. Per espressa previsione normativa sono dunque riservate unicamente ai prodotti lattiero-caseari le denominazioni siero di latte, crema di latte o panna, burro, latticello, formaggio, ecc.
Rileva, inoltre, la Corte di Giustizia che il summenzionato regolamento non solo riserva l'uso delle predette denominazioni al latte e suoi derivati, ma non consente nemmeno di impiegare tali nomi congiuntamente ad indicazioni esplicative volte ad indicare l'origine vegetale dell'alimento: dunque vige un divieto assoluto e non è consentito nemmeno l'uso di correttivi diretti a evitare che il consumatore sia indotto in errore in merito al bene acquistato.
Ad avviso della Corte, tale divieto consentirebbe, da un lato, ai consumatori di identificare in maniera certa e immediata i prodotti che presentano le caratteristiche specifiche legate alla composizione naturale del latte animale e ai regimi di qualità propri di detti beni e, dall'altro, ai produttori condizioni di concorrenza non falsate.
Deve essere, tuttavia, precisato che il ragionamento svolto dalla Corte europea non si estende ai prodotti, anche di origine vegetale, la cui natura sia chiara per uso tradizionale: tale eccezione si riferisce in particolare agli alimenti per i quali una decisione della Commissione, su indicazione degli stessi Stati membri, ha espressamente previsto l'applicazione di un regime derogatorio. Rientrano in tali eccezioni, ad esempio, il latte di mandorla, il burro di cacao e il latte di cocco, per i quali, quindi, è tuttora consentita la designazione come "latte".

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne

Quando viene meno l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne e fino a che punto il genitore deve farsi carico del figlio ambizioso o fannullone?

La nostra legislazione, anche di rango costituzionale, prevede espressamente l'obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli, a prescindere dal fatto che essi siano nati da una relazione coniugale o da una convivenza more uxorio. Tale obbligo permane, come noto, anche qualora intervenga una crisi famigliare e i coniugi decidano di separarsi e, in seguito, di divorziare.
Accade infatti spesso che in sede di separazione il genitore non collocatario si impegni (o venga obbligato) al versamento di un assegno in favore del genitore che convive con i figli, quale contributo al mantenimento degli stessi, con la possibilità per entrambi i genitori di chiedere l'adeguamento di tale provvedimento economico qualora si verifichino situazioni che richiedono un aumento o una revoca dello stesso.
Per la cessazione dell'obbligo di mantenimento, dunque, non ha alcuna rilevanza il raggiungimento della maggiore età da parte del figlio: l' art.337 septies c.c. conferma, infatti, espressamente che i genitori possono essere obbligati anche al mantenimento dei figli maggiorenni, a condizione che essi non siano economicamente indipendenti. Il presupposto per il venir meno di tale obbligo è, dunque, il raggiungimento dell'autosufficienza economica, condizione che, in questo momento storico, è assai infrequente si verifichi al compimento dei 18 anni.
Nella legislazione vigente non si rinviene, tuttavia, alcun riferimento espresso circa la "durata massima" dell'obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni, nè ulteriori parametri sulla base dei quali stabilire con certezza se il figlio sia economicamente autosufficiente e, di conseguenza, se il genitore possa essere esonerato dall'obbligo di mantenerlo.
Per risolvere tale questione, occorre dunque far ricorso ai parametri elaborati dalla giurisprudenza, che ha avuto modo di pronunciarsi assai spesso in merito.
La giurisprudenza prevalente ha precisato, anzitutto, che l'onere di dimostrare che sussistono i presupposti per la revoca dell'assegno di mantenimento in favore dei figli grava sul genitore che richieda di essere esonerato da tale obbligo. Tuttavia, tale onere diviene sempre meno gravoso a mano a mano che si accresce l'età del figlio, in quanto al raggiungimento di un'età in cui in genere dovrebbero essersi conclusi gli studi universitari, si presume che il figlio abbia una professionalità tale da potersi collocare utilmente nel mondo del lavoro. Evidente è, infatti, che il Giudice debba compiere un bilanciamento tra l'interesse dei figli ad essere mantenuti e dei genitori a far sì che tale obbligo patrimoniale non si protragga sine die.
Il genitore che voglia essere esonerato dall'obbligo di mantenimento del figlio ormai maggiorenne dovrà, pertanto, provare, anche mediante presunzioni, che il figlio è economicamente indipendente, ad esempio, in quanto ha trovato un'occupazione lavorativa da cui trae una retribuzione adeguata, oppure che, sebbene privo di occupazione, avrebbe comunque le capacità per collocarsi utilmente nel mondo del lavoro.
Nel valutare il raggiungimento dell'autosufficienza economica dei figli maggiorenni, la Corte di Cassazione si è dimostrata particolarmente rigorosa, soprattutto nei casi in cui i figli avevano raggiunto un'età prossima ai trent'anni, ritenendo che la colpevole inerzia del ragazzo nella prosecuzione degli studi o nella ricerca di un lavoro, o il rifiuto ingiustificato di una posizione lavorativa adeguata rispetto alle proprie capacità non possa certamente gravare sul genitore. Se, dunque, il figlio non vuole lavorare, ha abbandonato gli studi o continua a mutare corso di laurea o, ancora, è all'inconcludente ricerca di occupazioni ambiziose o di nuovi titoli di studio, si dovrà fare carico delle proprie aspirazioni (a maggior ragione ove le stesse non siano il linea con le condizioni economiche e di vita della famiglia di origine).
Allo stesso modo, una volta venuti meno i presupposti per il mantenimento del figlio maggiorenne, la giurisprudenza esclude radicalmente che possa sorgere nuovamente qualche obbligo contributivo a carico del genitore, ad esempio, in ipotesi di perdita dell'impiego lavorativo da parte del figlio o di sopravvenienza di circostanze che lo rendano momentaneamente privo di sostentamento economico. In tale circostanza, dunque, il ragazzo potrebbe aspirare, al più, all'ottenimento di un assegno alimentare, ove naturalmente riesca a dimostrare la sussistenza delle condizioni di cui all' art.438 c.c.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Danno da insidia stradale: chi ne risponde?

Il Comune può essere condannato al risarcimento del danno subito anche su una via privata, se di "uso pubblico".

In un caso recentemente definito con Ordinanza della Corte di Cassazione n. 3216 del 2017, una signora aveva citato in giudizio il Comune al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta avvenuta su una strada in cattive condizioni di manutenzione. Nel secondo grado di giudizio, la richiesta risarcitoria era stata rigettata in quanto, ad avviso della Corte d'appello, non era provato che la strada in questione fosse di proprietà comunale: di conseguenza non avrebbe potuto configurarsi la particolare ipotesi di responsabilità c.d. aggravata ex art. 2051 c.c.
La Cassazione ha, invece, ritenuto di disattendere la decisione della Corte d'appello e, richiamando alcune decisioni precedenti, ha affermato che l'amministrazione comunale è tenuta a garantire la circolazione di mezzi e pedoni in condizioni di sicurezza sia sulla strada pubblica che sulle vie ad essa adiacenti. Il Comune ha quindi l'obbligo di provvedere alla manutenzione delle pubbliche vie, ma anche di accertarsi che le aree private limitrofe e di uso pubblico siano regolarmente curate in modo da essere sicure per il transito di mezzi e pedoni.
Pertanto, sebbene per le strade private l'obbligo di manutenzione gravi sul proprietario delle stesse, se il Comune omette di sorvegliare le vie su cui sia consentito il pubblico transito può essere chiamato a rispondere dei danni da insidia stradale, anche se il luogo del sinistro non è di sua proprietà.
L'obbligo di custodia si estende, dunque, ad avviso della Cassazione, anche alle aree private aperte al pubblico transito e, pertanto, si presume la colpa dell'amministrazione laddove questa non abbia provveduto alla manutenzione o alla messa in sicurezza o, nei casi più gravi, ad inibire l'accesso generalizzato alle vie private di "uso pubblico".
Ad aggravare la posizione dell'amministrazione vi è poi il fatto che, nella pratica, non è così semplice individuare quali vie siano di "uso pubblico" e, in ciò, la pronuncia della Cassazione è di aiuto solo in parte in quanto ritiene sussistente l'obbligo di vigilanza del Comune in ragione della "destinazione dell'area o delle sue condizioni oggettive" e - sembrerebbe - comunque per le sole strade private "latistanti le vie pubbliche".
Sulla pubblica amministrazione grava, quindi, una prova liberatoria particolarmente gravosa.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Trasferimenti immobiliari in sede di separazione.

Gli accordi patrimoniali effettuati in separazione e divorzio sono esenti da imposte sia se realizzati in favore dei figli che di uno dei coniugi.

Accade assai spesso che in sede di separazione o di divorzio i coniugi vogliano definire ogni questione patrimoniale esistente tra loro mediante la divisione dei beni cointestati, oppure il trasferimento di quote originariamente ricadenti nella comunione legale in favore dell'altro coniuge. Altrettanto frequente è la decisione dei coniugi di effettuare attribuzioni patrimoniali in favore dei figli, talvolta al fine di assolvere in tutto o in parte anche agli obblighi di mantenimento che graverebbero su uno dei genitori o su di entrambi.
Tali accordi sono pacificamente ammissibili ed entrambe le predette tipologie di trasferimento, secondo quanto confermato dalla giurisprudenza, consentono di beneficiare dell'esenzione dall'imposta di bollo, di registro ed ogni altra tassa ai sensi dell'art. 19, L. 74/1987, rientrando tra gli atti che i coniugi realizzano nell'intento di regolare i rapporti giuridici ed economici relativi alla crisi famigliare. Per quanto riguarda i trasferimenti immobiliari realizzati in favore dei figli, tuttavia, ai fini dell'applicazione dell'esenzione summenzionata è necessario che le parti diano atto in sede di separazione o di divorzio che l'accordo patrimoniale a beneficio dei figli è elemento indispensabile e funzionale ai fini della risoluzione della crisi coniugale (cfr. in particolare la Circolare Ag. Entrate n. 27/E del 21/06/2012). Infatti, in ipotesi di trasferimento patrimoniale in favore della prole risulta meno immediata la loro funzione di sistemazione dei rapporti tra i coniugi e, pertanto, nel dubbio che si tratti di atti di liberalità che non hanno alcuna connessione con la crisi famigliare, si prevede che sia resa esplicita la causa del trasferimento ai fini della verifica circa l'applicabilità dei benefici fiscali.
È, invece, dibattuta la modalità con cui si possa giungere a tale pattuizione poiché alcuni Tribunali consentono che i coniugi diano atto, con tutte le formalità necessarie, dell'accordo patrimoniale intervenuto tra loro ai fini della definizione della crisi già in sede di ricorso congiunto di separazione o di divorzio. In tal caso il trasferimento immobiliare si produrrebbe sin dalla pronuncia del decreto di omologa e, poiché il verbale d'udienza riveste la forma dell'atto pubblico, esso sarebbe direttamente trascrivibile. Altri Tribunali ritengono, viceversa, che in sede di ricorso possa essere previsto il solo impegno a realizzare il trasferimento immobiliare in esecuzione degli accordi assunti in sede di separazione o di divorzio. In detta ipotesi, pertanto, l'accordo concluso in udienza si atteggerebbe come una sorta di contratto preliminare e, ai fini del prodursi dell'effetto traslativo, sarebbe indispensabile stipulare un successivo rogito notarile, a seguito del quale verrà formalizzata la trascrizione dell'acquisto.
Va, tuttavia, ricordato che i trasferimenti patrimoniali diretti a beneficio dei figli minori presentano delle complessità più marcate, che richiedono un'attenta disamina caso per caso in modo tale da individuare la migliore procedura che consenta di realizzare al contempo l'interesse del minore e la funzione di risoluzione della crisi connessa all'accordo patrimoniale in questione.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Danni da allagamento: quando il Comune deve pagare

Anche se le precipitazioni sono di eccezionale intensità, il custode è sempre responsabile se non dimostra di aver agito prima per evitare i danni.

Questo è il principio recentemente ribadito dalla Corte di cassazione con ordinanza del 28 luglio scorso, con la quale il Comune, in qualità di proprietario della strada, è stato condannato a risarcire i danni subiti da un privato a causa dell'allagamento di un garage sotterraneo di sua proprietà determinato da un fortissimo temporale.
Richiamando quanto già affermato in diverse sentenze precedenti, la Suprema Corte ha ricordato che il custode della strada - ossia colui che ha il possesso, la detenzione o, a maggior ragione, il proprietario della cosa che ha cagionato il danno - ha l'obbligo di manutenzione, gestione e controllo del bene che ha in custodia.
Per quanto riguarda le strade, come precisa anche il Codice della Strada, tale obbligo si traduce nel dovere di provvedere: alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonchè delle attrezzature, impianti e servizi; al controllo tecnico dell'efficienza delle strade e relative pertinenze e all'apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta.
Pertanto, se il Comune (o, più in generale, il custode della strada) non ha diligentemente e regolarmente adempiuto a tali doveri, egli è senza dubbio responsabile dei danni subiti dal privato a causa di tale comportamento e, per il Comune, diventa pressochè impossibile dimostrare il contrario.
Ma vi è di più: in questa fattispecie, si configura un'ipotesi di "responsabilità aggravata" ex art. 2051 c.c. e, dunque, in deroga alla regola generale, per ottenere ristoro è sufficiente che il danneggiato dimostri il danno subito e, anche per presunzioni, il nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno (in parole semplici, è sufficiente che il danneggiato dimostri che i danni subiti sono conseguenza del fatto che, ad esempio, i tombini della strada confinante presumibilmente erano otturati o non regolarmente puliti e, quindi, causa l'allagamento della strada, l'acqua è confluita verso il proprio garage, riempiendolo di acqua e fango). Spetterà, invece, al custode l'onere ben più gravoso di provare in giudizio di aver adottato tutte le misure preventive idonee ad evitare danni di tale genere e che, in ogni caso, l'evento verificatosi era di eccezionale intensità e imprevedibilità che nessun ulteriore attività di controllo, manutenzione o vigilanza avrebbe potuto essere svolta e/o essere idonea ad evitare pregiudizi a terzi.
Applicando il ragionamento sopra esposto all'ipotesi di danni verificatisi a causa di precipitazioni particolarmente intense, la Cassazione ha colto l'occasione per ricordare che, nella situazione attuale caratterizzata da ormai noti cambiamenti climatici e dissesti idorgeologici, non si possono affatto considerare imprevedibili e inevitabili i frequenti temporali intensi e particolarmente lunghi e, dunque, anche se tali eventi spesso fuoriescono dai normali canoni della metereologia, essi non sono idonei a integrare il caso fortuito ed esonerare da responsabilità il gestore della strada.
In buona sostanza, ciò significa che il custode è sempre obbligato a risarcire i danni, a meno che non riesca a dimostrare che, nonostante egli abbia regolarmente adempiuto ai proprio obblighi di manutenzione e controllo, il danno si è verificato solo ed esclusivamente a causa delle condizioni atmosferiche imprevedibili ed eccezionali, che si sono rivelate di intensità e imprevedibilità tali da rendere impossibile o inutile qualsiasi intervento atto ad ovviare alla straordinaria situazione di pericolo creatasi.
Si capisce bene, quindi, anche in riferimento ai recenti e tragici eventi di attualità, che per il custode diventa pressochè impossibile fornire una prova di questo genere, poichè è purtroppo assai frequente che allagamenti e finanche la morte di persone dipendano direttamente dalla mancata adozione di interventi preventivi indispensabili come la manutenzione e il controllo dei sistemi di deflusso delle acque meteoriche, il potenziamento delle reti di smaltimento e, non da ultimo, il rigoroso rispetto di regole urbanistiche che consentano di mantenere quote, pendenze e superifici il più possibili idonee a prevenire fenomeni di allagamento.
Ciò che dovrebbe far riflettere è che nel caso di specie la Cassazione ha risolto un caso di responsabilità civile: per dirla in termini semplici, un caso di danni "risolvibili" pagando un equivalente in moneta del bene perso/danneggiato, ma ormai troppo spesso, per scarsa prevenzione, i danni non sono solo patrimoniali e risolvibili (e le responsabilità sono anche penali).

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Guida in stato d'ebbrezza: come difendersi?

Come richiedere la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità e far sì che in concreto la sospensione della patente sia dimezzata?

Il nostro ordinamento prevede sanzioni molto severe nei casi in cui un soggetto venga trovato alla guida di un veicolo in stato di ebbrezza.

In particolare, l'articolo 186 del codice della strada sanziona tale condotta in maniera via via più grave a seconda del tasso alcolemico rilevato, secondo un sistema basato su tre soglie: la prima soglia comprende un valore dai 0,5 grammi per litro a 8 g. per litro. In tal caso, il guidatore va incontro solamente una sanzione amministrativa compresa tra 532 € e 2127 € ed alla sospensione della patente di guida da tre a sei mesi.

A partire dalla seconda soglia, invece, la condotta integra un reato, con tutte le conseguenze collegate: la necessità di celebrare un processo, l'applicazione di una sanzione penale, l’iscrizione nel casellario giudiziale (la "fedina penale") in caso di condanna, ecc...

Nel caso venga accertato un valore compreso superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 g per litro (seconda soglia), il codice della strada prevede la pena dell'ammenda da 800 € a 3200 € e l'arresto da cinque giorni ad un massimo di sei mesi, nonché la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Infine, l'ultima soglia ricomprende le ipotesi in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g litro; in tal caso si applica la pena dell'ammenda da euro 1500 a 6000, l'arresto da sei mesi ad un anno nonché la sospensione della patente di guida da uno fino a un massimo di due anni.

Sempre per i casi in cui sia stata accertata la terza soglia è prevista la confisca del veicolo con il quale è stato commesso reato, salvo che esso appartenga ad una persona estranea al fatto, nel qual caso, però, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata.

Al fine di mitigare gli effetti di un trattamento sanzionatorio così pesante, nel luglio 2010 è stata introdotta a la possibilità di richiedere la sostituzione della pena detentiva e di quella pecuniaria con la pena del lavoro di pubblica utilità.

Tale possibilità è concessa a condizione che non si sia provocato alcun sinistro stradale ed inoltre la pena può essere convertita per una sola volta.

I vantaggi di tale scelta sono diversi: anzitutto, in caso di svolgimento positivo dei lavori di pubblica utilità il giudice dichiara estinto il reato. Inoltre, il periodo di sospensione della patente viene dimezzato e, nei casi in cui si ricada nella terza soglia, si evita la confisca del veicolo sotto sequestro.

Circa la durata di questi lavori la legge dispone che essa sia corrispondente alla sanzione detentiva irrogata e alla conversione della pena pecuniaria ragguagliando 250 € per ogni giorno di lavoro di pubblica utilità.

Dunque, i vantaggi per chi non abbia causato un sinistro stradale sono evidenti sia dal punto di vista economico che per il fatto di non vedersi iscritta nel casellario giudiziale un precedente penale scomodo.

Tuttavia occorre sottolineare che nella concreta applicazione di questo istituto il tempismo è fondamentale: infatti contattando un difensore sin dai primi momenti è possibile valutare la convenienza di tale strada e muoversi di conseguenza.

Ma anche in tal caso, l'effetto pratico del dimezzamento del periodo di sospensione della patente si scontra con i tempi necessari per l'accertamento in sede penale. Occorre, infatti, ricordare che sin dal momento dell'accertamento del reato, la patente viene ritirata dall'organo accertatore e trasmessa al prefetto, che ne dispone la sospensione provvisoria, in attesa della decisione del giudice.

In punto, alcune prefetture hanno adottato la prassi, sicuramente rispettosa dell'intento del legislatore, di restituire la patente di guida nel caso in cui il titolare dimostri di aver ottenuto la conversione della pena nei lavori socialmente utili e che è già trascorso metà del periodo di sospensione. Tuttavia, tale prassi non trova applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale e molte prefetture non restituiscono nulla prima che gli sia notificato il provvedimento del Giudice che, al termine dei lavori, ne attesta il positivo svolgimento.

Occorre però segnalare che con una recentissima sentenza (n. 48330 del 27 settembre 2017) la Corte di Cassazione, chiamata ad interpretare il significato della disposizione che regola la procedura nel caso di conversione della pena, ha chiarito che, nel caso in cui accolga la richiesta di sostituzione, il Giudice è tenuto a sospendere l'efficacia della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che andrà, pertanto, restituita all’avente diritto.

Questo principalmente per un motivo di tenuta logica del sistema: difatti, come già accennato sopra, l'immediata esecutività della sospensione della patente rischierebbe, in caso di esito positivo dei lavori, di vanificare la riduzione della metà a casa dei tempi tecnici necessari per la fissazione dell'udienza ove verrà dichiarata l'estinzione del reato.

Inoltre, a conferma di tale interpretazione milita anche il dato testuale della disposizione normativa nella parte in cui prevede che, in caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento dei lavori, il Giudice deve disporre il ripristino della sanzione amministrativa della sospensione della patente, ripristino che presuppone in maniera indefettibile che l'efficacia della sanzione vada sospesa fintanto che i lavori socialmente utili sono in corso.

Dunque, solo al termine dei lavori il Giudice dovrà valutare se essi si sono conclusi positivamente o meno e di conseguenza dimezzare la sospensione e, tenendo conto del periodo presofferto, disporre che venga scontato l’eventuale periodo ancora residuo.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Avvocato, quanto mi costi….e il rimborso?

La rimborsabilità delle spese legali sostenute dal dipendente pubblico.

Costituisce un principio generale del nostro ordinamento quello secondo il quale il professionista va retribuito per l’attività prestata a prescindere dal risultato conseguito dal cliente.
Tale principio trova, ovviamente, applicazione anche con riferimento al rapporto tra cliente ed avvocato, e, pertanto, le spese per la difesa devono essere sostenute dal cliente a prescindere da quale sia il risultato conseguito nel giudizio.
Infatti, tradizionalmente l'attività difensiva svolta in favore del cliente veniva ricondotta tra le obbligazioni di mezzi, e non di risultato: questo principio, che si applica a tutte le professioni liberali, sta a significare che il cliente è tenuto a remunerare il professionista per avergli messo a disposizione con la dovuta diligenza tutto il suo bagaglio di strumenti, conoscenze tecniche ed esperienze, senza che l’obbligazione possa essere condizionata ad esempio alla vittoria in giudizio o all'ottenimento del risultato che l'assistito aveva di mira.
Vi sono, tuttavia, alcuni casi in cui l’assistito, dopo aver remunerato il difensore, ha diritto ad ottenere il rimborso delle spese sostenute per la difesa in giudizio e, tra questi, spicca, in particolare, quello in cui si discuta della responsabilità di un dipendente pubblico per fatti connessi con la funzione esercitata. Tale ipotesi trova la sua regolamentazione nell’art. 18, D.L 67/1997, successivamente convertito con L. 135/1997, il quale dispone che «le spese relative ai giudizi per la responsabilità civile, penale, ed amministrativa, promossi nei confronti del dipendente di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o con provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato».
Tale norma, secondo i più autorevoli commentatori, esprime una manifestazione del principio di portata generale secondo cui nessuno può arricchirsi a scapito di altri (nemo locupletari potest cum aliena iactura): nello specifico, posto che l’attività del dipendente costituisce manifestazione della volontà dell’Ente Pubblico di appartenenza secondo il principio di immedesimazione, spetta all’Amministrazione farsi carico delle conseguenze economiche pregiudizievoli derivanti dal coinvolgimento del dipendente in procedimenti giudiziari, nei quali sia stata esclusa la sua responsabilità.
Il diritto al rimborso può essere fatto valere dal dipendente in presenza dei seguenti presupposti:
- il soggetto richiedente deve essere un dipendente di una Pubblica Amministrazione;
- lo stesso deve essere sottoposto ad un procedimento giudiziale di carattere civile, penale o amministrativo;
- i fatti e gli atti contestati nel procedimento devono essere connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali;
- la responsabilità del dipendente deve essere esclusa a qualsiasi titolo.
Solo in presenza di tutte queste condizioni il rimborso dovrà essere elargito dalla P.A., nei limiti dell’importo ritenuto congruo dall’Avvocatura dello Stato.
Occorre in ogni caso segnalare come il requisito dell'inerenza al servizio nella prassi amministrativa sia interpretato in maniera assai rigorosa, poiché si ritiene che il fatto contestato al dipendente debba riguardare un'attività svolta in diretta connessione con i fini dell'Ente.
Tale interpretazione, invero, suscita qualche perplessità, in quanto finisce per limitare grandemente il campo di applicazione della previsione normativa, che troverebbe applicazione nei soli casi in cui vi sia un nesso di strumentalità tra l'adempimento del dovere ed il compimento dell'atto, ossia, detto in altri termini, una coincidenza di interessi tra il dipendente e la P.A.
Con specifico riferimento alla materia penale, è stato sottolineato come sia necessario che il giudizio sia terminato con una pronuncia definitiva che abbia escluso nel merito la responsabilità del dipendente; pertanto, nessun rimborso potrà conseguire a fronte della pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere (per esempio nel caso di intervenuta prescrizione o rimessione di querela) oppure in caso di patteggiamento, poiché quest'ultimo sottende in un certo senso una ammissione di responsabilità.
Tuttavia, qualora il giudizio sia terminato con una sentenza di assoluzione, sarà del tutto indifferente la formula utilizzata dal Giudice in sede penale e, pertanto, anche in presenza di una assoluzione con formula dubitativa ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p. il risarcimento delle spese legali configura un vero e proprio atto dovuto, senza che possa essere ammessa alcuna discrezionalità da parte dell’Amministrazione (cfr., tra la altre, Consiglio di Stato, sent. 21/03/2011, n. 1713; nonché, da ultimo, Consiglio di Stato, sent. 29/12/2017, n. 6194).
Nonostante la chiara presa di posizione della giustizia amministrativa, tale ultimo principio pare, però, non essere stato completamente recepito dall'Amministrazione, la quale, in presenza di assoluzioni con la formula "dubitativa", crea sovente difficoltà all'ottenimento del rimborso.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Obblighi di assistenza famigliare

Il padre disoccupato è tenuto sempre e comunque a "mantenere" i figli?
La responsabilità penale del genitore.

Dal momento della nascita, il nostro ordinamento riconosce in capo alla prole una serie di diritti, a cui corrispondono altrettanti obblighi in capo ai genitori. Tra questi vi è quello di fornire alla stessa tutta l'assistenza necessaria al suo corretto sviluppo.

I diritti dei figli trovano tutela non solo in campo civile, ma anche penale: il nostro legislatore ha previsto, infatti, un'apposita fattispecie, ossia l'art. 570 c.p., che punisce la violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Tale articolo prevede tre tipi di condotte.

La prima punisce chi "abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale familiare, si sottrae agil obbighi di assistenza inerenti alla responsabità genitoriale".

La seconda consiste nel fatto di chi "malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge".

La terza, quella di gran lunga più ricorrente nella prassi, riguarda colui che "fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, agli inabili al lavoro, agli asendenti ovvero al coniuge non separato per colpa".

Ma cosa si intende per mezzi di sussistenza?

In tale nozione, che è diversa da quella civilistica di alimenti e mantenimento, vanno ricompresi non solo i mezzi indispensabili pre la sopravvivenza (vitto, alloggio), ma anche le risorse che consentano di soddisfare, anche in misura minima, la necessità della vita quotidiana, come, ad esempio, abbigliamento, istruzione, trasporto, comunicazione, ecc..

Tale obbligo, dunque, è più limitato rispetto a quello di corrispondere il mantenimento stabilito dal Giudice in sede civile, essendo necessario che, a causa della condotta del genitore, il minore versi in stato di bisogno, ossia gli siano fatti mancare i mezzi indispensabili per la sua sopravvivenza, seppur nell'accezione ampia già sopra ricordata.

Quindi, nel caso di mancato pagamento da parte del coniuge di quanto stabilito dal Giudice civile (es. della separazione o del divorzio), in sede penale dovrà essere valutato caso per caso se, da un lato, a tale inadempimento corrisponda come effetto quallo di far mancare al minore i mezzi minimi di sussitenza.

Dall'altro lato, dovrebbe essere parimenti accertata la concreta capacità del genitore di fornire al minore questi mezzi minimi, posto che l'assoluto stato di indigenza dell'obbligato, operando come una vera e propria esimente, dovrebbe far venir meno il reato, secono il principio "ad impossibilia nemo tenetur" (nessuno è tenuto a fare l'impossibile).

Ma occorre sin da subito precisare che, per far venir meno questo reato, l'incapacità economica del genitore deve integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti.

In punto, la più recente giurisprudenza ha adottato una lettura particolarmente severa, ritenendo che non basti il mero stato di disoccupazione dell'obbligato, ma che occorra prova sia dell'assoluta assenza di introiti di altro tipo (per es. risparmi, rendite derivanti da altri beni personali come immobili concessi in locazione, lavoro in nero....) sia del fatto che tale stato non derivi da sua colpa (da ultimo, Cass., sez. VI, 39411/2017).

Dunque la Cassazione parte dal presupposto (forse non più attuale...) che sia possibile per tutti ed in qualsiasi luogo reperire un lavoro, anche umilissimo, che garantisca un introito minimo. E, pertanto, in caso di disoccupazione, occorrerà verificare che tale situazione non derivi dalla condotta dell'obbligato che, per scelta, pigrizia o incapacità non si sia concretamente dato da fare per trovare un lavoro con cui fornire i mezzi di sussistenza ai propri figli.

In conclusione, ci sia consentita una osservazione: spesso queste situazioni prendono origine da separazioni fai-da-te o accordi consensuali poco meditati, ove sin da subito era evidente l'impossibilità (o comuque l'estrema difficoltà) dell'obbligato di far fonte agli impegni presi, ovvero il suo totale disinteresse per la prole. Problemi spesso evitabili affidandosi ai consigli di un legale che possa, sin da subito, informare i genitori dei loro diritti e obblighi e suggerire la soluzione più equa possibile, nell'interesse preminente dei figli minori, interesse che deve rappresentare sempre e comunque la stella polare per qualsiasi decisione che riguardi la famiglia.


@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Responsabilità del progettista ex art. 1669 c.c.

Gravi vizi dell'immobile: anche il progettista risarcisce il danno ex art. 1669 c.c.

Una recente sentenza della Cassazione, la n. 26552 del 9 novembre 2017 si è nuovamente pronunciata sul tema dell'applicabilità della particolare forma di responsabilità extracontrattuale prevista in materia di appalto anche al progettista e/o al direttore dei lavori.
Va ricordato che, con riguardo ai beni immobili, in materia di appalto, è prevista una speciale forma di responsabilità in capo all’appaltatore per il caso in cui l'edificio cada in rovina o presenti gravi difetti nel corso di dieci anni dalla realizzazione dell'opera (o, come la Cassazione ha recentemente ricordato in altra pronuncia, anche per il caso della ristrutturazione o dell’esecuzione di rilevanti opere di manutenzione straordinaria) a causa di vizi del suolo o difetti di costruzione.
Dal momento che l'art. 1669 c.c. fa ricadere tale responsabilità in capo all’appaltatore, ci si è chiesti spesso se, in caso di corresponsabilità tra più soggetti che abbiano provveduto alla costruzione o alla ristrutturazione, essa possa essere estesa anche al venditore, purché sia fornito delle competenze tecniche per dare (direttamente o tramite il direttore dei lavori) indicazioni specifiche a chi ha costruito l'opera, oppure anche al progettista.
La giurisprudenza ha più volte affermato che la responsabilità può sorgere non solo in capo all'appaltatore, ma anche ad altri soggetti che per colpa professionale abbiano contribuito all’insorgere dei gravi difetti.
Si è, infatti, ritenuto che la responsabilità di cui all’art. 1669 c.c. copra un ambito di casi più ampio di quanto risulterebbe dalla stretta interpretazione della norma e ciò proprio in quanto si tratta di una forma di responsabilità extracontrattuale prevista per legge a tutela dell'incolumità delle persone.
Così, anche la recente sentenza di novembre, ha chiarito che se i gravi difetti dipendono da un'errata progettazione, il progettista può essere chiamato a risponderne congiuntamente al costruttore nonostante i contratti in virtù dei quali operano questi soggetti nei confronti del committente siano differenti.
Nel caso portato all'attenzione della Cassazione, in particolare, i proprietari di un immobile situato in una zona caratterizzata da frequenti e cicliche esondazioni avevano citato in giudizio il progettista e il costruttore-venditore del bene, lamentando l'esistenza di consistenti allagamenti dei piani interrati che impedivano spesso l'accesso ai locali e la loro stessa utilizzabilità.
Premesso che tra i difetti rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1669 c.c. vi sono anche quei vizi che limitino considerevolmente il godimento dell’immobile, la sentenza ha precisato che il progettista è certamente responsabile anche di vizi di questo tipo, laddove nel progettare l'opera e fornire indicazioni al costruttore egli abbia omesso di tenere in debito conto le caratteristiche del suolo sottostante e non abbia adottato le misure idonee, secondo la diligenza professionale e le norme tecniche vigenti, a scongiurare il verificarsi di gravi danni come quelli in concreto verificatisi.
Nel caso in questione, in particolare, trascurando le peculiarità dell’area di sedime del fabbricato, l'architetto e il costruttore avevano progettato e realizzato un piano interrato, senza peraltro prevedere alcun innalzamento del suolo del piano di campagna idoneo a raccogliere o far defluire altrove le acque.

Ne consegue la piena responsabilità di entrambi ai sensi dell’art. 1669 c.c.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Posso impedire a mio marito/mia moglie di divorziare?

Non è affatto infrequente che in sede di consulenza una persona esordisca dicendo "non posso separarmi perché mio marito/ mia moglie non mi firma i documenti o, ancora, posso separarmi solo se gli dò un consistente assegno, o gli lascio la casa, altrimenti mio marito/mia moglie si oppone"
Nulla vi è di più falso e sbagliato in queste credenze ed è del tutto inaccettabile che vi siano pressioni sulla scelta di continuare o meno una relazione affettiva.
Il nostro ordinamento tutela la scelta di separarsi o divorziare, anche se non condivisa.
L'unica condizione per richiedere la separazione è infatti l’intollerabilità della convivenza e tale situazione può riguardare anche un solo coniuge, che ha diritto di rivolgersi al tribunale per chiedere la separazione nonostante l’altro non voglia raggiungere una soluzione concordata oppure si opponga al divorzio o alla separazione.

L'unica differenza è che in tal caso non si potrà procedere con una separazione consensuale, ma la procedura dovrà necessariamente essere avviata come giudiziale, salva comunque la possibilità di raggiungere un accordo in qualsiasi momento nel corso del giudizio.
In nessun caso il Giudice potrà dunque negare il diritto ad ottenere la separazione per l'assenza di accordo tra i coniugi.

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4-5-2019
Separazione o divorzio: che differenze ci sono?

In Italia, diversamente da molti altri Paesi, è tuttora necessario un doppio passaggio per giungere allo scioglimento del matrimonio.

La separazione è concepita con la funzione di attenuare i doveri nascenti dal matrimonio, pertanto tale procedura "sospende il rapporto coniugale", ma marito e moglie, pur non essendo più vincolati dall'obbligo di fedeltà e coabitazione, rimangono tali sino alla pronuncia di scioglimento del matrimonio.

Allo stesso modo, nonostante la pronuncia della separazione, permane inalterato il diritto del marito/moglie di concorrere alla successione del coniuge in caso di morte (fatta eccezione per la sola ipotesi in cui al coniuge superstite sia stata addebitata la separazione). Quindi, il coniuge separato senza addebito concorre all'eredità del marito/moglie a tutti gli effetti come un coniuge non separato.
Inoltre, con riguardo all'assegno di mantenimento, poichè con la separazione permane - anche se in forma attenuata - il dovere di assistenza materiale, il coniuge economicamente più debole può senz'altro richiedere che la sufficienza o meno dei propri redditi venga valutata in relazione al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, con notevoli differenze rispetto a quanto accade per la determinazione dell'assegno divorzile.

Solo con la pronuncia del "divorzio" si ha un completa dissoluzione del vincolo coniugale e, pertanto, le parti perdono lo status di coniuge e viene meno il diritto di concorrere alla successione ereditaria del'ex marito/moglie. Inoltre, il coniuge più debole può beneficiare di un assegno divorzile e, ove ne sussistano i presupposti, può percepire la pensione di reversibilità dell'ex coniuge e una quota del TFR eventualmente maturato.

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4-5-2019
L'abbandono del tetto coniugale non è sempre causa di addebito della separazione.

Con l'ordinanza n. 11162 del 23 aprile 2019 la Cassazione Civile ha confermato nuovamente che l'allontanamento di uno dei coniugi dalla casa famigliare non costituiscedi per sè solo motivo di addebito della separazione.

La parte che intende richiedere la pronuncia di una separazione con addebito a carico del coniuge che si è allontanato dall'abitazione coniugale dovrà dimostrare pertanto non solo il fatto in sè dell'abbandono, ma anche che sia stata proprio tale condotta a rendere intollerabile la convivenza e provocare la rottura del matrimonio.

La giurisprudenza ritiene infatti che la cessazione della convivenza non costituisce violazione di un dovere nascente dal matrimonio quando ormai il legame affettivo fra i coniugi è definitivamente venuto meno e la crisi del matrimonio deve considerarsi irreversibile (nello stesso senso si era già espressa Cass. civ. n. 25966 del 15 dicembre 2016 secondo cui "l'allontanamento di uno dei coniugi dalla casa familiare costituisce, in difetto di giusta causa, violazione dell'obbligo di convivenza e la parte che, conseguentemente, richieda la pronuncia di addebito della separazione ha l'onere di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l'intollerabilità della convivenza, gravando, invece, sulla controparte la prova della giusta causa"). 

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Parto anonimo: diritti della madre e del bambino.

Parto anonimo tra diritto della madre al segreto e diritto del figlio a "risalire alle radici": come raggiungere un bilanciamento ragionevole?

La Cassazione a Sezioni Unite ha dato risposta a tale interrogativo con la sentenza n. 1946/2017, con la quale è stata chiamata a placare il dibattito insorto dopo l'intervento della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell'uomo.

Nel caso Godelli c. Italia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si era pronunciata in merito al bilanciamento tra il diritto del figlio a risalire alle proprie origini e il diritto della madre all’anonimato, ritenendo che la normativa italiana fosse contrastante con la CEDU nella misura in cui accorda una preferenza incondizionata al diritto della madre a rimanere anonima anche molti anni dopo il parto, creando così un vulnus irremovibile al diritto del figlio a risalire alle proprie origini biologiche.

Sulla spinta di tale pronuncia, la Corte Costituzionale con sentenza n. 278/2013 aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 28, comma 7, L. 184/1983, poiché tale disposizione prevedeva nella sostanza l'irreversibilità della scelta della madre biologica di rimanere anonima al momento del parto, scelta, questa, garantita dall'art. 30, c. 1, D.P.R. n. 396/2000. Il Giudice delle Leggi aveva, infatti, ritenuto che il bilanciamento tra i valori di pari rilievo costituzionale in gioco (diritto all’identità personale del figlio e diritto all’anonimato della madre n.d.r.) fosse realizzato in termini eccessivamente rigidi e, pertanto, contrastante con gli artt. 2 e 3 Cost.

La Corte Costituzionale aveva così ritenuto di poter "salvare" tale norma solo mediante la previsione - da parte del legislatore - di un procedimento che consenta al Giudice, in seguito a una richiesta del figlio di risalire alle identità della madre, di interpellare quest'ultima ai fini di una eventuale revoca della scelta di rimanere anonima.

A seguito di tale pronuncia, parte della giurisprudenza aveva ritenuto indispensabile un intervento del legislatore e così, nella persistente assenza di un procedimento ad hoc, aveva negato al figlio la possibilità di accedere ai dati personali materni; altro orientamento aveva invece ritenuto inapplicabile l'art. 28, c. 7, L. 184/1983 in quanto incostituzionale e, anche nel silenzio dellla legge, aveva consentito di far ricorso all'interpello previsto per procedimenti analoghi. Aderendo al primo orientamento si impediva così di fatto - nell’inerzia del legislatore - al figlio di conoscere le proprie origini.

La Cassazione, con alcune pronunce del 2016, aveva superato tale problema quanto meno con riguardo ai casi in cui la madre naturale fosse già deceduta al momento della richiesta del figlio di conoscere l’identità della genitrice, superando così il dato normativo dell’art. 93 del Codice privacy. In tali situazioni, infatti, la Suprema Corte aveva ritenuto prevalente il diritto del figlio ad accedere alle informazioni relative alla madre, perché in detti casi, anche se il legislatore avesse previsto un procedimento apposito, sarebbe impossibile verificare la perdurante attualità della volontà della madre di rimanere anonima e così il diritto del figlio sarebbe del tutto vanificato.

Permaneva, invece, il problema di come poteva procedersi all’attuazione del diritto del figlio a conoscere le proprie origini nelle ipotesi in cui la madre fosse ancora in vita e le Sezioni Unite hanno risolto la questione nei seguenti termini.

Muovendo dalla considerazione che la sentenza n. 278/13 della Corte Costituzionale è una sentenza di accoglimento che dichiara l’illegittimità costituzionale della norma che impediva l’interpello della madre naturale, le SS. UU. affermano, anzitutto, che detta disposizione deve ritenersi espunta dall’ordinamento sin dalla pubblicazione della sentenza. Per tale ragione, il Giudice che venga investito della richiesta del figlio di risalire all’identità della madre non ha alcun appiglio normativo che gli consenta di negare l’accesso a tali informazioni, perché l’art. 28, comma 7, L. 184/83 deve essere riletto in tutt’altra prospettiva, ossia quella di riconoscere al Giudice la possibilità di interpellare con la massima riservatezza la madre biologica per raccogliere la sua volontà attuale in merito alla scelta di rimanere anonima, mediante l’applicazione del procedimento previsto per la ricerca delle origini del figlio adottato.

Da tale possibilità tuttavia non discende un diritto incondizionato del figlio a conoscere la propria storia parentale, perché a fronte del diniego della madre di svelare la propria identità, il diritto fondamentale all’anonimato prevale.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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12-2-2019