Avvocato, quanto mi costi….e il rimborso?

La rimborsabilità delle spese legali sostenute dal dipendente pubblico.

Costituisce un principio generale del nostro ordinamento quello secondo il quale il professionista va retribuito per l’attività prestata a prescindere dal risultato conseguito dal cliente.
Tale principio trova, ovviamente, applicazione anche con riferimento al rapporto tra cliente ed avvocato, e, pertanto, le spese per la difesa devono essere sostenute dal cliente a prescindere da quale sia il risultato conseguito nel giudizio.
Infatti, tradizionalmente l'attività difensiva svolta in favore del cliente veniva ricondotta tra le obbligazioni di mezzi, e non di risultato: questo principio, che si applica a tutte le professioni liberali, sta a significare che il cliente è tenuto a remunerare il professionista per avergli messo a disposizione con la dovuta diligenza tutto il suo bagaglio di strumenti, conoscenze tecniche ed esperienze, senza che l’obbligazione possa essere condizionata ad esempio alla vittoria in giudizio o all'ottenimento del risultato che l'assistito aveva di mira.
Vi sono, tuttavia, alcuni casi in cui l’assistito, dopo aver remunerato il difensore, ha diritto ad ottenere il rimborso delle spese sostenute per la difesa in giudizio e, tra questi, spicca, in particolare, quello in cui si discuta della responsabilità di un dipendente pubblico per fatti connessi con la funzione esercitata. Tale ipotesi trova la sua regolamentazione nell’art. 18, D.L 67/1997, successivamente convertito con L. 135/1997, il quale dispone che «le spese relative ai giudizi per la responsabilità civile, penale, ed amministrativa, promossi nei confronti del dipendente di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o con provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato».
Tale norma, secondo i più autorevoli commentatori, esprime una manifestazione del principio di portata generale secondo cui nessuno può arricchirsi a scapito di altri (nemo locupletari potest cum aliena iactura): nello specifico, posto che l’attività del dipendente costituisce manifestazione della volontà dell’Ente Pubblico di appartenenza secondo il principio di immedesimazione, spetta all’Amministrazione farsi carico delle conseguenze economiche pregiudizievoli derivanti dal coinvolgimento del dipendente in procedimenti giudiziari, nei quali sia stata esclusa la sua responsabilità.
Il diritto al rimborso può essere fatto valere dal dipendente in presenza dei seguenti presupposti:
- il soggetto richiedente deve essere un dipendente di una Pubblica Amministrazione;
- lo stesso deve essere sottoposto ad un procedimento giudiziale di carattere civile, penale o amministrativo;
- i fatti e gli atti contestati nel procedimento devono essere connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali;
- la responsabilità del dipendente deve essere esclusa a qualsiasi titolo.
Solo in presenza di tutte queste condizioni il rimborso dovrà essere elargito dalla P.A., nei limiti dell’importo ritenuto congruo dall’Avvocatura dello Stato.
Occorre in ogni caso segnalare come il requisito dell'inerenza al servizio nella prassi amministrativa sia interpretato in maniera assai rigorosa, poiché si ritiene che il fatto contestato al dipendente debba riguardare un'attività svolta in diretta connessione con i fini dell'Ente.
Tale interpretazione, invero, suscita qualche perplessità, in quanto finisce per limitare grandemente il campo di applicazione della previsione normativa, che troverebbe applicazione nei soli casi in cui vi sia un nesso di strumentalità tra l'adempimento del dovere ed il compimento dell'atto, ossia, detto in altri termini, una coincidenza di interessi tra il dipendente e la P.A.
Con specifico riferimento alla materia penale, è stato sottolineato come sia necessario che il giudizio sia terminato con una pronuncia definitiva che abbia escluso nel merito la responsabilità del dipendente; pertanto, nessun rimborso potrà conseguire a fronte della pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere (per esempio nel caso di intervenuta prescrizione o rimessione di querela) oppure in caso di patteggiamento, poiché quest'ultimo sottende in un certo senso una ammissione di responsabilità.
Tuttavia, qualora il giudizio sia terminato con una sentenza di assoluzione, sarà del tutto indifferente la formula utilizzata dal Giudice in sede penale e, pertanto, anche in presenza di una assoluzione con formula dubitativa ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p. il risarcimento delle spese legali configura un vero e proprio atto dovuto, senza che possa essere ammessa alcuna discrezionalità da parte dell’Amministrazione (cfr., tra la altre, Consiglio di Stato, sent. 21/03/2011, n. 1713; nonché, da ultimo, Consiglio di Stato, sent. 29/12/2017, n. 6194).
Nonostante la chiara presa di posizione della giustizia amministrativa, tale ultimo principio pare, però, non essere stato completamente recepito dall'Amministrazione, la quale, in presenza di assoluzioni con la formula "dubitativa", crea sovente difficoltà all'ottenimento del rimborso.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019