Congedo parentale: coniugare genitorialità e lavoro è diritto o “utopia”?

Nell’ambito della tutela alla genitorialità, particolare importanza rivestono i c.d. congedi parentali previsti dagli artt. 32 e segg. del Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità ( D. lgs. del 26.03.2001, n. 151).

L’istituto in questione riveste, ai nostri giorni più che mai, carattere d’attualità in considerazione del fatto che l’emergenza sanitaria ancora in corso, che ha determinato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, impone la necessità per migliaia di genitori di coordinare le esigenze lavorative (per alcuni mai interrotte e per altri che verranno a breve ripristinate) con quelle familiari.

La normativa citata prevede espressamente che “(1) Per ogni bambino, nei primi suoi dodici anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro secondo le modalità stabilite dal presente articolo. I relativi congedi parentali dei genitori non possono complessivamente eccedere il limite di dieci mesi, fatto salvo il disposto del comma 2 del presente articolo.

Nell'ambito del predetto limite, il diritto di astenersi dal lavoro compete :

a) alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità di cui al Capo III, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi ;

b) al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi, elevabile a sette nel caso di cui al comma 2;

c) qualora vi sia un solo genitore, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a dieci mesi. […]

(2) Qualora il padre lavoratore eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi, il limite complessivo dei congedi parentali dei genitori è elevato a undici mesi.

La norma prevede, inoltre, la possibilità di fruire dei congedi parentali ad ore.

Sotto l’aspetto economico, con il messaggio INPS del 06/07/2015 - N. 4576 l’Istituto nazionale previdenza sociale ha chiarito che “i periodi congedo parentale fruiti da 3 a 6 anni di vita del figlio oppure da 3 a 6 anni dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato sono indennizzati, entro il limite massimo complessivo tra i due genitori di 6 mesi, nella misura del 30% della retribuzione media giornaliera, a prescindere dalle condizioni di reddito del genitore richiedente”, mentre “I periodi di congedo parentale fruiti tra gli 8 anni ed i 12 anni di vita del bambino, oppure tra gli 8 anni ed i 12 anni dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato, non sono in ogni caso indennizzabili”.

Tali congedi sono caratterizzati dall’essere un diritto soggettivo pieno e perfetto del dipendente, al cui godimento la normativa di cui sopra non pone limitazione alcuna; l'unica formalità (non sostanziale) richiesta dalla legge è il "termine di preavviso non inferiore a cinque giorni" (art. 32, comma 3, del D.lgs. del 26.03.2001, n. 151).

La Giurisprudenza è, infatti, granitica nel ritenere che “il congedo parentale - si configura come un diritto potestativo costituito dal comportamento con cui il titolare realizza da solo l'interesse tutelato e a cui fa riscontro, nell'altra parte, una mera soggezione alle conseguenze della dichiarazione di volontà” (in questo senso, per tutte, cfr. Cassazione Civile, sez. lav., 02/08/2010, (ud. 30/06/2010, dep. 02/08/2010), n.17984)

Accanto a questo istituto “tradizionale ed ordinario”, si è aggiunto il “congedo parentale straordinario” (o congedo COVID-19), previsto dagli artt. 23 e 25 del Decreto Legge del 17.03.2020 (convertito in Legge 24 aprile 2020 n. 27, che ha sostanzialmente confermato la previsione nella sua totalità) anch’esso diritto soggettivo pieno e perfetto in quanto non richiede né giustificazione, né motivazione, essendo inibito al datore di lavoro qualsiasi sindacato di merito sulle ragioni della richiesta, (fatte salve- s'intende – la sussistenza di ragioni ostative esterne, come, per esempio, che il coniuge non sia disoccupato e/o che usufruisca di benefici analoghi e/o che usufruisca di strumenti di sostegno al reddito).

Come ha chiarito anche l’Istituto Nazionale della Previdenza sociale nella Circolare del 25.03.20 n. 45, il nuovo congedo COVID-19 garantisce maggiori tutele rispetto a quelle di cui i genitori stessi possono ordinariamente beneficiare per la cura dei figli avvalendosi del congedo parentale, per consentire ai genitori medesimi di affrontare il disagio connesso alla sospensione dei servizi educativi per l'infanzia e delle attività didattiche.

Le principali novità rispetto alla misura ordinaria del congedo parentale riguardano:

- le nuove percentuali di indennizzo per fasce di età dei figli;

- la tutela oltre i massimali ordinari.

In particolare, il congedo COVID-19 riconosce ai genitori un'indennità pari al 50% della retribuzione, nel caso in cui sia chiesto per un figlio fino ai 12 anni di età. Viene dunque ampliata la tutela riconosciuta in caso di fruizione del normale congedo parentale, per il quale è prevista un'indennità pari al 30%, peraltro, subordinata alla presenza di particolari condizioni anagrafiche e reddituali.

La possibilità di fruire del congedo COVID-19 è, inoltre, riconosciuta anche nei casi in cui la tutela del congedo parentale non sia più fruibile e, nello specifico:

- ai genitori che abbiano già raggiunto i limiti individuali e di coppia previsti dalla specifica normativa sul congedo parentale (art. 32 del citato D.lgs. n. 151/2001);

- ai genitori che abbiano figli di età compresa tra i 12 ed i 16 anni.

A conclusione di questo breve excursus possiamo senza dubbio affermare che, essendo in presenza di un diritto soggettivo pieno e perfetto del dipendente, l’eventuale rifiuto e/o limitazione alla fruizione dei congedi da parte del datore di lavoro si configura come un’illecita compromissione idonea a trovare piena soddisfazione, se del caso, anche in sede giudiziale.

Non resta che attendere gli ulteriori sviluppi normativi sul punto, nell’auspicio che la situazione di emergenza possa rientrare il prima possibile.

 

Avv. Maria Rosaria Iannelli®

 

Foto di Courtany tratta da Pixabay

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

3-5-2020
Figli contesi e Covid-19: quando la confusione dei tribunali non aiuta.

Ci siamo già chiesti qualche tempo fa se il figlio di genitori separati conservasse o meno il diritto di incontrare la mamma e il papà anche durante "l’emergenza coronavirus" e, in particolare, nonostante la vigenza dei noti divieti di spostamento al di fuori del Comune di residenza.

Nell’articolo del 17 marzo scorso, si era concluso – anche alla luce della prima pronuncia giurisprudenziale edita e dei chiarimenti del Governo – per l’ammissibilità degli incontri tra padre/madre e figli nei termini previsti dai provvedimenti di separazione e divorzio, pur con le dovute cautele.

A seguito dell’intervento del D.P.C.M. del 22.03.2020, che ha reso ancor più stringente l’obbligo di “rimanere a casa”, consentendo gli spostamenti solo in caso di comprovate esigenze lavorative, assoluta urgenza o motivi di salute, abbiamo però dato conto dell’affermarsi di una giurisprudenza prevalentemente orientata a sospendere gli incontri del genitore non collocatario con la prole, poiché il diritto di visita del papà (o più raramente della mamma) doveva ritenersi recessivo rispetto al diritto alla salute del figlio e, più nello specifico, al primario interesse del bambino a non esporsi al rischio di contagio.

Gli incontri con il genitore venivano così, in molti casi, sospesi e sostituiti con videochiamate quotidiane. (Si rinvia per un approfondimento al precedente contributo https://www.studiopalermomartini.it/page/blog/post/1481/il-contenimento-del-contagio-implica-la-sospensione-degli-incontri-genitori-figli).

Sul finire del mese di marzo e nella prima metà di aprile, si è, viceversa, assistito ad una virata in senso contrario, verosimilmente dovuta anche ad una lenta regressione del contagio e ai chiarimenti – sia pur meramente interpretativi – rinvenibili delle F.A.Q. del Governo e nel modello di autocertificazione del 26.03.2020.

Ad inaugurare il nuovo corso è stato il Tribunale di Verona (decreto d.d. 27/03/2020) che, non solo ha affermato la liceità degli spostamenti del minore affinché possa incontrare entrambi i genitori, ma ha fissato un calendario di visite ad hoc per il periodo di efficacia delle misure di contenimento del contagio. Secondo questo calendario temporaneo i figli risiederanno per 2 settimane con il papà e le 2 successive con la mamma e entrambi i genitori potranno colloquiare quotidianamente con i figli via videochiamata.

Questa soluzione è apparsa sin da subito particolarmente coraggiosa e lungimirante consentendo ai figli di ridurre al minimo gli spostamenti (e quindi il rischio di contagio) e di mantenere uno stretto contatto con entrambe le figure genitoriali di riferimento in un periodo particolarmente delicato come quello attuale.

Nel solco tracciato da Verona, si sono mossi pure i decreti dei Tribunali di Terni (d.d. 30.03.2020), Brescia (d.d. 31.03.2020), Bari (d.d. 01.04.2020), Treviso (d.d. 03.04.2020), Torre Annunziata (d.d. 06.04.2020) e La Spezia (d.d. 07.04.2020), i quali hanno rigettato le richieste di sospensione/modifica dei diritti di visita e imposto l’immediato ripristino del regime ordinario di affidamento e collocazione (con il recupero delle visite “perse” nelle more del giudizio).

Tali decisioni sono state motivate affermando che, ove nel caso concreto non sussistano rischi specifici per la salute (ad es. svolgimento da parte del genitore di un’attività lavorativa ad elevato rischio, provenienza da zone ad alta densità di contagio, impossibilità di assicurare il trasporto o la permanenza abitativa del figlio in condizioni di sicurezza, sintomi compatibili con la malattia o accertata positività al Covid-19, ecc.) connessi agli incontri genitori-figli, essi devono ritenersi consentiti ed, anzi, doverosi nei termini disciplinati dalle sentenze di separazione e divorzio (o dall’accordo delle parti in mancanza di provvedimenti ad hoc).

L’esercizio del diritto-dovere di visita è, dunque, lecito e va salvaguardato quale attuazione del diritto di rilievo costituzionale e convenzionale alla bigenitorialità, essendo – in assenza di specifici rischi per la salute - preminente l’interesse del bambino a conservare un rapporto equilibrato, regolare e sereno con entrambi i genitori, tanto più in una situazione eccezionale quale quella in atto, in cui deve essere maggiormente salvaguardata la serenità del bambino, anche in termine di conservazione delle sue abitudini.

Ciascuno dei genitori dovrà poi indubbiamente assicurare, nei tempi di permanenza del minore presso di sé, il rigoroso rispetto delle misure di contenimento del contagio e l’adozione delle più opportune cautele per il figlio, ma, del resto, l’affermazione di tale “regola” dovrebbe essere quasi superflua, posto che la capacità genitoriale implica anche la piena idoneità all’accudimento e protezione del bambino.

Altre pronunce si sono limitate più timidamente a confermare che le restrizioni normative agli spostamenti non implicano una sospensione degli incontri del genitore non collocatario con la prole, poiché il diritto-dovere di visita rientra tra le situazioni di necessità e, pertanto, può essere esercitato, pur con le dovute cautele a garanzia dei soggetti coinvolti (così, ad es., Trib. Minori di Roma d.d. 07.04.2020; Trib. Udine d.d. 06.04.2020)

Non sono mancate, però, pronunce difformi che hanno ritenuto il diritto di visita paterno/materno potesse essere surrogato con colloqui quotidiani da remoto, sino al termine dell’emergenza sanitaria in corso (in questo senso cfr. Trib. Napoli del 26.03.2020; Trib. Trento del 31.03.2020; Trib. Bolzano del 03/04/2020 che ha previsto, inoltre, il diritto del padre di recuperare “le visite perdute”). Tali pronunce trascurano, però, che la situazione emergenziale sta perdurando ormai da due mesi e che, in assenza di un concreto rischio di pregiudizio per il minore, il colloquio con il papà/mamma a distanza non è affatto assimilabile ad un incontro in uno spazio neutro, poichè risente, soprattutto nelle situazioni altamente conflittuali, della presenza (e del giudizio) del genitore collocatario rispetto a tali colloqui.

In presenza di una situazione emergenziale e di un incessante rincorrersi di misure normative assai poco chiare, non resta alle parti che mettere in atto un grande senso di responsabilità nell’esclusivo interesse dei figli, anche se nella prassi ciò accade solo per pochissimi genitori virtuosi.

Per le coppie genitoriali che presentano una conflittualità già elevata, invece, la confusione giurisprudenziale non fa che acuire ancor più le tensioni e privare il figlio di una importante figura affettiva di riferimento, figura che, purtroppo, spesso può solo “sperare che ci sia un Giudice a Berlino”.

 

Avv. Alberta Martini Barzolai®

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

25-4-2020
Il contenimento del contagio implica la sospensione degli incontri genitori – figli?

Abbiamo trattato di recente il tema in questo articolo e vi chiederete come mai è già arrivato il momento di un aggiornamento.

L’evolversi del contagio è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti e il susseguirsi incessante di atti normativi di certo non aiuta le persone a capire come comportarsi e a trovare qualche piccola certezza.

La necessità di fornire nuovi riflessioni e spunti pratici sorge, infatti, dall’emanazione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (da ora in poi, D.P.C.M.) 22.03.2020 che, a differenza dei precedenti dell’8 e 9 marzo 2020, non prevede più le “situazioni di necessità tra le ragioni giustificative degli spostamenti.

Dall’intervento del D.P.C.M. 22.03.2020 vige infatti il divieto di trasferirsi dal Comune in cui ci si trova, ad eccezione dei casi in cui si comprovino:

- esigenze lavorative;

- assoluta urgenza;

- motivi di salute.

Viene pure soppressa la possibilità prevista in precedenza di “rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”.

Tale D.P.C.M. si applica in aggiunta a quelli emanati in rapida successione l’8, 9 e 11 marzo e tutti conservano efficacia sino al 03.04.2020 (anche se, nel momento in cui si scrive, è già stata annunciata la proroga al 13 o al 18.04.2020).

Occorre chiedersi, quindi, se tale restrizione dei motivi che giustificano gli spostamenti implichi anche una necessaria sospensione delle trasferte dei minori dalla residenza abituale a quella del genitore non collocatario, qualora le abitazioni di mamma e papà siano situate in Comuni differenti.

Devono, in altri termini, ritenersi superate le indicazioni che il Governo aveva fornito nelle sue prime F.A.Q. interpretando come leciti gli spostamenti?

Va anticipato che non risponde a questa domanda neppure il Decreto Legge n. 19 del 25.03.2020 che demanda – nuovamente più o meno “in bianco” – a successivi D.P.C.M. la determinazione di nuove misure di contenimento del contagio, ampliando le ragioni giustificative degli spostamenti e, quindi, lasciando aperta la possibilità che a breve si veda ricomparire tra queste la situazione di necessità (tant’è che, in effetti e non senza creare ulteriore confusione, in questo senso è già stato aggiornato il modello di autocertificazione per gli spostamenti che prevede, tra l’altro, come ragioni esemplificative gli “obblighi di affidamento dei minori”).

Come prevedibile, a fronte di tale caos normativo, sono stati numerosi i genitori che si sono visti costretti a rimettere la questione al Giudice e altrettanto variegate sono state le decisioni pronunciatesi in materia.

Nel precedente articolo, a cui rimandiamo, avevamo dato atto della pronuncia dell’11/03/2020 del Tribunale di Milano, secondo la quale il divieto previsto dal D.P.C.M. 9 marzo 2020 non intaccava i diritti di visita previsti dai provvedimenti di separazione o divorzio che, pertanto, dovevano essere rispettati, sia pur con le dovute precauzioni.

In senso diametralmente opposto, si sono invece orientati – in relazione ad incontri protetti tra genitore e figlio – il Tribunale di Bologna, la Corte d’appello di Lecce (entrambe con decisione del 20.03.2020) e, ancor prima, il Tribunale di Matera (il 12.03.2020). Allo stesso modo, anche le pronunce dei Tribunali di Napoli (sez. II civ., 26.03.2020), di Bari (sez. I civ., 27.03.2020) e la Corte d’appello di Bari (26.03.2020) hanno sospeso i diritti di visita “in presenza”, assicurando la frequentazione a mezzo di colloqui telematici, in attesa di nuovi provvedimenti.

Sostanzialmente tutte le decisioni citate che hanno disposto la sospensione degli incontri sono state motivate sulla scorta del fatto che gli incontri tra figli e genitori che risiedono in comuni diversi non rientrano tra gli spostamenti permessi dagli ultimi D.P.C.M. e, inoltre, il diritto di visita del genitore non collocatario è recessivo rispetto al primario interesse del figlio a non esporsi al contagio.

In altre parole: nel bilanciamento tra il diritto del genitore ad incontrare il papà (o, meno di frequente, la mamma) e il diritto alla salute del bambino, il primo è destinato a soccombere, a causa della grave emergenza epidemiologica in corso.

Nella gravità della situazione sanitaria è – almeno nella gran parte delle situazioni - comprensibile il ricorso a tali prese di posizione da parte della magistratura, tuttavia, appare opportuno, vista l’imprevedibilità della durata dell’emergenza, che la sospensione degli incontri venga disposta solo ad alcune condizioni e, in particolare:

- se non sussiste la possibilità di adottare precauzioni idonee a prevenire il contagio di tutti i soggetti coinvolti;

- la sospensione sia limitata ad una data prefissata;

- sia previsto l’obbligo per il genitore con cui risiede il figlio di collaborare affinché siano garantiti i contatti da remoto;

- sia disposto che gli incontri in presenza siano recuperati.

Tutto ciò perché, in primis, non va dimenticato che stiamo trattando – prima che del diritto-dovere di visita del genitore – del diritto fondamentale del figlio a mantenere con entrambi un rapporto significativo e stabile e, inoltre, va scongiurato il rischio di indebite strumentalizzazioni della situazione nei casi in cui il pericolo di contagio sia contenuto.

Appare francamente inconcepibile, del resto, che sia lecito il trasferimento del minore nel medesimo Comune, mentre sia considerato vietato se i genitori risiedono in Comuni diversi, a prescindere dalla situazione concreta (a maggior ragione se consideriamo che, ad oggi, ci troviamo di fronte a una limitazione di diritti costituzionalmente garantiti disposta con una serie di atti amministrativi!)

In attesa di un intervento chiarificatore del legislatore non si può, infine, neppure immaginare che ogni famiglia debba far ricorso al Giudice affinché stabilisca una nuova e temporanea “regola del caso concreto” e, pertanto, è auspicabile un particolare sforzo di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Andrà tutto bene solo se ognuno farà la sua parte.

 

Avv. Alberta Martini Barzolai®

 

AGGIORNAMENTO DEL 03/04/2020:

Segnalo la pronuncia del Tribunale di Verona del 27/03/2020 che, non solo ritiene CONSENTITI gli spostamenti del minore affinchè possa incontrare entrambi i genitori, ma fissa un CALENDARIO AD HOC per tutto il periodo in cui perdurerà l'emergenza sanitaria. Secondo questo calendario temporaneo i figli risiederanno per 2 settimane con il papà e le 2 successive con la mamma.

Ciascuno dei genitori può colloquiare quotidianamente con i figli via videochiamata.

Questa soluzione particolarmente coraggiosa e lungimirante consente così ai figli di ridurre al minimo gli spostamenti (e quindi il rischio di contagio) e di mantenere uno stretto contatto con entrambe le figure genitoriali di riferimento in un periodo particolarmente delicato come quello attuale.

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

1-4-2020
Diritto di visita dei figli nell'emergenza Coronavirus

Il bambino conserva il diritto di incontrare la mamma e il papà anche durante l’emergenza "Coronavirus" o i decreti per il contrasto al Covid-19 e "#iorestoacasa" modificano i diritti di visita del genitore non collocatario?

 

Come noto, se i genitori che si separano hanno figli minori, in sede di separazione e divorzio il Giudice stabilisce – di regola - se i bambini debbano essere collocati prevalentemente presso la residenza materna o presso quella paterna e, in conseguenza della collocazione prescelta, regolamenta i diritti di visita dei figli da parte del genitore non convivente.

 

Cosa accade, però, di tali diritti-doveri in tempi di emergenza sanitaria, come quella che stiamo vivendo in questo momento?

È una domanda che ci hanno posto in moltissimi e, per questo, abbiamo pensato che potesse essere utile fare chiarezza, considerato che nessuno dei numerosi decreti che si sono succeduti nelle ultime settimane risolve espressamente la questione.

Il dubbio di entrambi i genitori è pertanto più che legittimo, alla luce del fatto che il D.P.C.M. 9 marzo 2020 ha esteso a tutto il territorio nazionale l’ampio divieto di spostamenti già previsto dal precedente D.P.C.M. 8 marzo 2020 che, come più volte avrete sentito, permette i soli spostamenti motivati, in alternativa, da:

- esigenze lavorative;

- situazioni di necessità;

- motivi di salute;

- (oltre al rientro presso il domicilio, abitazione o residenza).

Poiché il predetto decreto non intacca il diritto del figlio di incontrare la mamma o il papà separato/a, entrambi i genitori sono tenuti a rispettare il provvedimento di separazione o divorzio, che è e rimane pienamente vincolante per le parti, senza che i vari decreti governativi intervenuti possano autorizzare alcuna violazione delle relative previsioni (così di recente si è espresso il Tribunale di Milano nel decreto d.d. 11/03/2020).

Il diritto-dovere di visita dei figli potrà pertanto essere esercitato e autocertificato come situazione di necessità, comprovata dalla sentenza resa tra le parti in sede di separazione o divorzio.

Del resto, stante la presumibile durata non breve dell’emergenza sanitaria, appare preferibile continuare a garantire al bambino la presenza di entrambe le figure genitoriali, purché le visite avvengano nel rispetto di tutte le precauzioni imposte ai fini del contenimento del contagio. Starà, inoltre, al buon senso del genitore non collocatario astenersi dal far visita al figlio qualora presenti sintomi assimilabili all’infezione da coronavirus o la trasferta del bambino (o presso il figlio) comporti un serio pericolo di contagio per sé o per la prole.

La circostanza è stata chiarita in questo senso anche dal Governo che nelle F.A.Q. del 13/03/2020 ha affermato che “sono consentiti gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio

L’augurio per le famiglie e, soprattutto, per i bambini è che tutto possa tornare al più presto alla normalità – visite comprese – e che più del solito, visto il delicato momento, le mamme e il papà agiscano con buon senso chiedendosi (soltanto) quale sia la scelta migliore per la salute e la serenità del/lla figlio/a.

 

Avv. Alberta Martini Barzolai®

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

17-3-2020
La Corte di Strasburgo condanna l’Italia per non aver impedito l’alienazione parentale.

«La famiglia è un’isola che il mare del diritto può solo lambire», ma quando l’onda invade questo delicato terreno deve farlo con misure idonee a garantire la permanenza e il consolidamento di legami familiari significativi e lo Stato non può tollerare che uno dei genitori frapponga per nove anni ostacoli all’instaurazione di un rapporto affettivo del figlio con l’altro genitore.

Questo è il principio recentemente ribadito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

 

IL CASO

La Corte EDU è chiamata a pronunciarsi sul ricorso di un cittadino italiano che rimprovera allo Stato italiano di non aver adottato tutte le misure idonee a permettergli di consolidare un rapporto significativo con la figlia, in presenza di continui ostacoli frapposti dalla madre agli incontri con la minore.

La vicenda giudiziaria è iniziata allorché la bambina aveva solo 10 mesi e, dopo la separazione dei genitori, il padre aveva chiesto al Tribunale competente di regolamentare i diritti di visita paterni al fine di consentirgli di instaurare e mantenere una relazione significativa con la figlia.

Lo svolgersi di numerose fasi del giudizio, le plurime richieste di monitoraggio del nucleo familiare da parte dei servizi sociali e le diverse analisi di esperti psicologi non aveva però consentito al padre di mantenere contatti effettivi con la bambina, poiché la madre si opponeva alle visite e ai contatti telefonici, dimostrandosi incapace di tollerare un rapporto tra la bambina e il padre.

Il padre ha denunciato più volte il comportamento della madre e l’inosservanza della stessa alle decisioni del Giudice, senza ottenere, però, alcun concreto provvedimento di affidamento o di mutamento della residenza della figlia.

Ciò aveva fatto sì che, dopo un periodo di visite “a singhiozzo”, per gli ultimi tre anni gli incontri incontri padre e figlia si fossero ridotti a due all’anno, sino ad interrompersi del tutto, nonostante i numerosi tentativi paterni susseguitisi nella lunga trafila giudiziaria.

Il padre della figlia si rivolgeva, pertanto, alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, lamentando la violazione dell’art. 8 C.E.D.U. che prevede il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare.

 

LA DECISIONE

La Corte di Strasburgo, esaminato il ricorso, ribadisce e approfondisce alcuni principi già affermati in precedenza.

In particolare, con sentenza del 5 dicembre 2019 (causa Luzi c. Italia), la Corte EDU ritiene che, anche in presenza di elevata conflittualità tra i genitori, la mancanza di collaborazione tra gli stessi non può dispensare le autorità competenti dal mettere in atto tutti gli strumenti che possano permettere il mantenimento di un solido legame familiare.

Il Giudice non può dunque – ad avviso della Corte EDU – limitarsi ad imporre misure «automatiche e stereotipate», ma deve utilizzare strumenti adeguati a creare le condizioni necessarie per la piena realizzazione del diritto di visita paterno.

L’adeguatezza dei rimedi adottati dallo Stato si valuta, in primo luogo, in base alla rapidità dell’attivazione dell’autorità nazionale perché, in relazione ai legami familiari, è evidente come il decorso del tempo produca un pregiudizio irreversibile rispetto al consolidarsi di relazioni significative e stabili.

Tenuto conto del fatto che lo Stato italiano non aveva adottato alcuna misura concreta per far sì che le visite paterne potessero effettivamente svolgersi e, ancor più, non aveva intrapreso – in nove lunghi anni - nessuna azione nei confronti della madre, lasciando che si consolidasse una situazione nefasta derivante dall’inosservanza delle decisioni giudiziarie, la Corte EDU ha ritenuto sussistente la violazione dell’art. 8 della CEDU.

A fronte di ciò, l’Italia è stata condannata a risarcire al padre una somma di € 13.000,00 per il danno morale e di € 10.000 € per le spese legali sostenute dal ricorrente per agire dinnanzi ai Giudici italiani.

Una magra consolazione, però: si tratta, purtroppo, di una ricompensa monetaria che mai potrà restituire a quel padre e a quella figlia “il tempo perduto”.

 

Avv. Alberta Martini Barzolai®

Ti piace questo contenuto? Condividilo sui social:

14-3-2020