Danno da insidia stradale: chi ne risponde?

Il Comune può essere condannato al risarcimento del danno subito anche su una via privata, se di "uso pubblico".

In un caso recentemente definito con Ordinanza della Corte di Cassazione n. 3216 del 2017, una signora aveva citato in giudizio il Comune al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta avvenuta su una strada in cattive condizioni di manutenzione. Nel secondo grado di giudizio, la richiesta risarcitoria era stata rigettata in quanto, ad avviso della Corte d'appello, non era provato che la strada in questione fosse di proprietà comunale: di conseguenza non avrebbe potuto configurarsi la particolare ipotesi di responsabilità c.d. aggravata ex art. 2051 c.c.
La Cassazione ha, invece, ritenuto di disattendere la decisione della Corte d'appello e, richiamando alcune decisioni precedenti, ha affermato che l'amministrazione comunale è tenuta a garantire la circolazione di mezzi e pedoni in condizioni di sicurezza sia sulla strada pubblica che sulle vie ad essa adiacenti. Il Comune ha quindi l'obbligo di provvedere alla manutenzione delle pubbliche vie, ma anche di accertarsi che le aree private limitrofe e di uso pubblico siano regolarmente curate in modo da essere sicure per il transito di mezzi e pedoni.
Pertanto, sebbene per le strade private l'obbligo di manutenzione gravi sul proprietario delle stesse, se il Comune omette di sorvegliare le vie su cui sia consentito il pubblico transito può essere chiamato a rispondere dei danni da insidia stradale, anche se il luogo del sinistro non è di sua proprietà.
L'obbligo di custodia si estende, dunque, ad avviso della Cassazione, anche alle aree private aperte al pubblico transito e, pertanto, si presume la colpa dell'amministrazione laddove questa non abbia provveduto alla manutenzione o alla messa in sicurezza o, nei casi più gravi, ad inibire l'accesso generalizzato alle vie private di "uso pubblico".
Ad aggravare la posizione dell'amministrazione vi è poi il fatto che, nella pratica, non è così semplice individuare quali vie siano di "uso pubblico" e, in ciò, la pronuncia della Cassazione è di aiuto solo in parte in quanto ritiene sussistente l'obbligo di vigilanza del Comune in ragione della "destinazione dell'area o delle sue condizioni oggettive" e - sembrerebbe - comunque per le sole strade private "latistanti le vie pubbliche".
Sulla pubblica amministrazione grava, quindi, una prova liberatoria particolarmente gravosa.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Danni da allagamento: quando il Comune deve pagare

Anche se le precipitazioni sono di eccezionale intensità, il custode è sempre responsabile se non dimostra di aver agito prima per evitare i danni.

Questo è il principio recentemente ribadito dalla Corte di cassazione con ordinanza del 28 luglio scorso, con la quale il Comune, in qualità di proprietario della strada, è stato condannato a risarcire i danni subiti da un privato a causa dell'allagamento di un garage sotterraneo di sua proprietà determinato da un fortissimo temporale.
Richiamando quanto già affermato in diverse sentenze precedenti, la Suprema Corte ha ricordato che il custode della strada - ossia colui che ha il possesso, la detenzione o, a maggior ragione, il proprietario della cosa che ha cagionato il danno - ha l'obbligo di manutenzione, gestione e controllo del bene che ha in custodia.
Per quanto riguarda le strade, come precisa anche il Codice della Strada, tale obbligo si traduce nel dovere di provvedere: alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonchè delle attrezzature, impianti e servizi; al controllo tecnico dell'efficienza delle strade e relative pertinenze e all'apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta.
Pertanto, se il Comune (o, più in generale, il custode della strada) non ha diligentemente e regolarmente adempiuto a tali doveri, egli è senza dubbio responsabile dei danni subiti dal privato a causa di tale comportamento e, per il Comune, diventa pressochè impossibile dimostrare il contrario.
Ma vi è di più: in questa fattispecie, si configura un'ipotesi di "responsabilità aggravata" ex art. 2051 c.c. e, dunque, in deroga alla regola generale, per ottenere ristoro è sufficiente che il danneggiato dimostri il danno subito e, anche per presunzioni, il nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno (in parole semplici, è sufficiente che il danneggiato dimostri che i danni subiti sono conseguenza del fatto che, ad esempio, i tombini della strada confinante presumibilmente erano otturati o non regolarmente puliti e, quindi, causa l'allagamento della strada, l'acqua è confluita verso il proprio garage, riempiendolo di acqua e fango). Spetterà, invece, al custode l'onere ben più gravoso di provare in giudizio di aver adottato tutte le misure preventive idonee ad evitare danni di tale genere e che, in ogni caso, l'evento verificatosi era di eccezionale intensità e imprevedibilità che nessun ulteriore attività di controllo, manutenzione o vigilanza avrebbe potuto essere svolta e/o essere idonea ad evitare pregiudizi a terzi.
Applicando il ragionamento sopra esposto all'ipotesi di danni verificatisi a causa di precipitazioni particolarmente intense, la Cassazione ha colto l'occasione per ricordare che, nella situazione attuale caratterizzata da ormai noti cambiamenti climatici e dissesti idorgeologici, non si possono affatto considerare imprevedibili e inevitabili i frequenti temporali intensi e particolarmente lunghi e, dunque, anche se tali eventi spesso fuoriescono dai normali canoni della metereologia, essi non sono idonei a integrare il caso fortuito ed esonerare da responsabilità il gestore della strada.
In buona sostanza, ciò significa che il custode è sempre obbligato a risarcire i danni, a meno che non riesca a dimostrare che, nonostante egli abbia regolarmente adempiuto ai proprio obblighi di manutenzione e controllo, il danno si è verificato solo ed esclusivamente a causa delle condizioni atmosferiche imprevedibili ed eccezionali, che si sono rivelate di intensità e imprevedibilità tali da rendere impossibile o inutile qualsiasi intervento atto ad ovviare alla straordinaria situazione di pericolo creatasi.
Si capisce bene, quindi, anche in riferimento ai recenti e tragici eventi di attualità, che per il custode diventa pressochè impossibile fornire una prova di questo genere, poichè è purtroppo assai frequente che allagamenti e finanche la morte di persone dipendano direttamente dalla mancata adozione di interventi preventivi indispensabili come la manutenzione e il controllo dei sistemi di deflusso delle acque meteoriche, il potenziamento delle reti di smaltimento e, non da ultimo, il rigoroso rispetto di regole urbanistiche che consentano di mantenere quote, pendenze e superifici il più possibili idonee a prevenire fenomeni di allagamento.
Ciò che dovrebbe far riflettere è che nel caso di specie la Cassazione ha risolto un caso di responsabilità civile: per dirla in termini semplici, un caso di danni "risolvibili" pagando un equivalente in moneta del bene perso/danneggiato, ma ormai troppo spesso, per scarsa prevenzione, i danni non sono solo patrimoniali e risolvibili (e le responsabilità sono anche penali).

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019
Responsabilità del progettista ex art. 1669 c.c.

Gravi vizi dell'immobile: anche il progettista risarcisce il danno ex art. 1669 c.c.

Una recente sentenza della Cassazione, la n. 26552 del 9 novembre 2017 si è nuovamente pronunciata sul tema dell'applicabilità della particolare forma di responsabilità extracontrattuale prevista in materia di appalto anche al progettista e/o al direttore dei lavori.
Va ricordato che, con riguardo ai beni immobili, in materia di appalto, è prevista una speciale forma di responsabilità in capo all’appaltatore per il caso in cui l'edificio cada in rovina o presenti gravi difetti nel corso di dieci anni dalla realizzazione dell'opera (o, come la Cassazione ha recentemente ricordato in altra pronuncia, anche per il caso della ristrutturazione o dell’esecuzione di rilevanti opere di manutenzione straordinaria) a causa di vizi del suolo o difetti di costruzione.
Dal momento che l'art. 1669 c.c. fa ricadere tale responsabilità in capo all’appaltatore, ci si è chiesti spesso se, in caso di corresponsabilità tra più soggetti che abbiano provveduto alla costruzione o alla ristrutturazione, essa possa essere estesa anche al venditore, purché sia fornito delle competenze tecniche per dare (direttamente o tramite il direttore dei lavori) indicazioni specifiche a chi ha costruito l'opera, oppure anche al progettista.
La giurisprudenza ha più volte affermato che la responsabilità può sorgere non solo in capo all'appaltatore, ma anche ad altri soggetti che per colpa professionale abbiano contribuito all’insorgere dei gravi difetti.
Si è, infatti, ritenuto che la responsabilità di cui all’art. 1669 c.c. copra un ambito di casi più ampio di quanto risulterebbe dalla stretta interpretazione della norma e ciò proprio in quanto si tratta di una forma di responsabilità extracontrattuale prevista per legge a tutela dell'incolumità delle persone.
Così, anche la recente sentenza di novembre, ha chiarito che se i gravi difetti dipendono da un'errata progettazione, il progettista può essere chiamato a risponderne congiuntamente al costruttore nonostante i contratti in virtù dei quali operano questi soggetti nei confronti del committente siano differenti.
Nel caso portato all'attenzione della Cassazione, in particolare, i proprietari di un immobile situato in una zona caratterizzata da frequenti e cicliche esondazioni avevano citato in giudizio il progettista e il costruttore-venditore del bene, lamentando l'esistenza di consistenti allagamenti dei piani interrati che impedivano spesso l'accesso ai locali e la loro stessa utilizzabilità.
Premesso che tra i difetti rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1669 c.c. vi sono anche quei vizi che limitino considerevolmente il godimento dell’immobile, la sentenza ha precisato che il progettista è certamente responsabile anche di vizi di questo tipo, laddove nel progettare l'opera e fornire indicazioni al costruttore egli abbia omesso di tenere in debito conto le caratteristiche del suolo sottostante e non abbia adottato le misure idonee, secondo la diligenza professionale e le norme tecniche vigenti, a scongiurare il verificarsi di gravi danni come quelli in concreto verificatisi.
Nel caso in questione, in particolare, trascurando le peculiarità dell’area di sedime del fabbricato, l'architetto e il costruttore avevano progettato e realizzato un piano interrato, senza peraltro prevedere alcun innalzamento del suolo del piano di campagna idoneo a raccogliere o far defluire altrove le acque.

Ne consegue la piena responsabilità di entrambi ai sensi dell’art. 1669 c.c.

@Avv. Alberta Martini Barzolai

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4-5-2019