Guida in stato di ebbrezza e confisca del veicolo: come ottenere la restituzione dell’auto?

In un precedente articolo (https://www.studiopalermomartini.it/page/blog/post/1077/guida-in-stato-debbrezza-come-difendersi) abbiamo trattato del reato di guida in stato di ebbrezza, analizzando le sanzioni previste dal nostro ordinamento e le possibili conseguenze in caso di condanna.

In particolare, abbiamo sottolineato che, nel caso in cui non vi siano fondate argomentazioni per potersi difendere nel merito dall’accusa, una soluzione vantaggiosa per l’imputato può essere quella di chiedere la conversione della pena in quella dei lavori di pubblica utilità.

Infatti, l’art. 186, comma 9 bis del Codice della Strada, come introdotto dalla L. 120/2010, prevede che, nel caso in cui non si sia provocato un incidente stradale e qualora non vi sia opposizione da parte dell’imputato, la pena (sia pecuniaria che detentiva) può essere sostituita con la prestazione di attività non retribuita a favore della collettività.

In tale ipotesi, all’esito del positivo svolgimento dei lavori di pubblica utilità, il reato viene dichiarato estinto e la sanzione della sospensione della patente dimezzata. Da ultimo, anche la confisca viene revocata ed il veicolo, di conseguenza, restituito al suo legittimo proprietario.

Una serie importante di benefici, dunque, che rendono questa soluzione assai vantaggiosa.

 

Ma cosa fare se non è possibile svolgere i lavori socialmente utili?

Questa strada, come detto poc’anzi, è preclusa nel caso di incidente stradale; inoltre, la persona interessata o il suo difensore devono tempestivamente reperire un ente disponibile ove svolgere i lavori, cosa che, per le più disparate ragioni, può essere tutt’altro che agevole.

In questo caso, un’altra soluzione da prendere in considerazione è quella di chiedere la sospensione del processo con messa alla prova.

Questo istituto, previsto dall’art. 168 bis, c.p., introdotto dalla L. 67/2014, prevede la possibilità che il processo, a richiesta dell’imputato, venga sospeso per un tempo che, nel caso della guida in stato di ebbrezza, non può superare i due anni. Durante questo periodo l’imputato è tenuto a svolgere un programma elaborato con l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, il quale prevede, tra le altre cose, l’adozione di condotte volte ad eliminare la conseguenze dannose o pericolose del reato e – sempre se possibile – il risarcimento del danno, nonché lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.

La messa alla prova può essere concessa solo una volta, e l’esito positivo della stessa, comporta l’estinzione del reato.

Dunque, i lavori di pubblica utilità previsti dall’art. 186, comma 9 bis, C.d.S., e la messa alla prova sono, sotto molto aspetti, sovrapponibili: entrambi sono istituti premiali che, a fonte dello svolgimento di attività non retribuita, consentono di ottenere l’estinzione del reato.

Vi è però una differenza importante tra i due rimedi poiché la messa alla prova può essere richiesta anche in caso di incidente, ma la sua concessione non consente il dimezzamento della sospensione della patente.

 

Come si atteggiano, invece, i due istituti in relazione alla confisca dell’auto?

Sino ad ora, l’unico modo per evitare la confisca della vettura era svolgere i lavori socialmente utili, mentre scegliendo la messa alla prova occorreva rassegnarsi alla perdita del mezzo.

Infatti, anche in caso di esito positivo della messa alla prova, il Prefetto poteva disporre (e nella prassi effettivamente disponeva….) la confisca del veicolo. E proprio tale “effetto collaterale” rendeva la messa alla prova decisamente meno appetibile.

Tuttavia una recentissima sentenza della Corte Costituzionale è intervenuta sul punto, ritenendo ingiustificata questa diversità di trattamento.

Il Giudice delle Leggi, infatti, con la sentenza 24 aprile 2020, n. 75 ha raffrontato i due istituti, sottolineando come, in realtà, la messa alla prova costituisca una misura più impegnativa ed articolata, nell’ambito della quale lo svolgimento di attività lavorativa costituisce solo una parte delle previsioni del programma di trattamento.

Se così è, continuano i Giudici, è manifestamente irragionevole prevedere che, nel caso di svolgimento dei lavori di pubblica utilità la confisca venga automaticamente revocata, mentre nella messa alla prova, essa possa essere ugualmente disposta, e ciò nonostante il fatto che in entrambe le ipotesi venga richiesto lo svolgimento di attività lavorativa non retribuita e che entrambe prevedano quale conseguenza l’estinzione del reato.

Questa diversità di trattamento pare ancora più irragionevole, se si considera che, nel caso di esito positivo della messa alla prova, il Giudice non pronuncia una sentenza di condanna, ma una sentenza “in rito” con cui dichiara estinto il reato.

Se così è, continua la Corte, occorre ricordare che l’introduzione dell’istituto della messa alla prova per adulti è successiva alla previsione della possibilità di effettuare lavori di pubblica utilità per il reato di guida in stato di ebbrezza, di talché è necessario riportare in equilibrio il sistema, non essendo ragionevole fare derivare conseguenze così diverse da istituti in larga parte sovrapponibili.

Alla luce di queste argomentazioni, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 224 ter, comma 6, C.d.S. nella parte in cui prevede che, in ipotesi di esito positivo della messa alla prova, il Prefetto possa applicare la sanzione amministrativa accessoria della confisca.

Pertanto, in ragione di questa decisione, da ora in poi, in caso di esito positivo della messa alla prova, l’Autorità Amministrativa non potrà più disporre la confisca del veicolo, ma dovrà restituirlo all’avente diritto.

 

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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24-5-2020
Una piantina in casa...: i chiarimenti delle Sezioni Unite.

Recentemente sono state depositate le motivazioni di una importante decisione resa dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite in materia di coltivazioni di piante da cui siano ricavabili sostanze stupefacenti (trattasi di Cass. SS.UU. pen., Sent. n. 12348/2020).

L’importanza della questione trattata, che spesso si affronta nelle aule di tribunale, ci induce ad alcune riflessioni.

Anzitutto, in via generale, occorre precisare che il nostro ordinamento in tema di stupefacenti non punisce solo lo “spaccio”, inteso come vendita di sostanze stupefacenti a fonte di un corrispettivo in denaro, bensì sanziona un coacervo di ipotesi: sono infatti ricomprese nelle condotte punite dall’art. 73, del, D.P.R. n. 309/90 (Testo unico in materia di Stupefacenti) la coltivazione, la produzione, la fabbricazione, l’estrazione, la vendita, l’offerta o la messa in vendita, la cessione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, il procurare ad altri, l’invio, il passaggio o la spedizione in transito, la consegna per qualsiasi scopo o comunque la detenzione, ad eccezione della detenzione per uso personale.

Viceversa, fuoriescono dal campo dell’art. 73 del Testo Unico le ipotesi di importazione, esportazione, acquisto, ricezione e detenzione per uso personale, che costituiscono condotte sanzionate dal (solo) punto di vista amministrativo dall’art. 75, D.P.R. n. 309/90.

 

In questo scenario, come si colloca la coltivazione “domestica” di marijuana?

In prima battuta, le Sezioni Unite ribadiscono che la coltivazione è prevista tra le condotte tipiche di cui all’art. 73, D.P.R. 309/90, e non in quelle di cui all’art. 75 del Testo Unico: in altri termini la volontà del legislatore sarebbe quella di sanzionare sempre la coltivazione, tanto quella per ricavare stupefacente destinato ad un uso personale, quanto quella finalizzata alla produzione per lo spaccio).

Del resto, la condotta di colui che coltiva marijuana destinata all’autoconsumo non può neppure essere ricondotta nel concetto di “detenzione personale” di cui all’art. 75, T.U. Stupefacenti, essendo la coltivazione e la detenzione concetti ben distinti.

Lo scopo avuto di mira dal legislatore, infatti, è quello di escludere dal novero delle condotte penalmente rilevanti solo le ipotesi che abbiano diretta correlazione con il consumo, come appunto la detenzione, ove - tra le altre cose - si è già di fonte ad un preciso quantitativo di sostanza.

In tal modo, la possibilità di ricondurre la detenzione ad un utilizzo personale, piuttosto che alla cessione a terzi, viene ancorata sulla base di parametri oggettivi, come la quantità e qualità dello stupefacente, le modalità di presentazione dello stesso, il peso lordo, il confezionamento unitario o frazionato e di altre circostanze dell’azione.

Così non avviene nel caso della coltivazione, ove è impossibile, determinare a priori il quantitativo di stupefacente ricavabile.

Sulla base di tali ragioni, è stata ritenuta non irragionevole la scelta del legislatore di punire in maniera più severa rispetto alla mera detenzione condotte come la coltivazione, non legate con un nesso di immediatezza al consumo.

 

Dunque la coltivazione integra sempre reato? No, ma occorre distinguere...

La risposta che danno le Sezione Unite impone di verificare la tipicità della condotta sotto diversi profili:

A) da un lato, la pianta coltivata deve essere conforme al tipo botanico vietato (per es. marijuana, piuttosto che canapa industriale);

B) per altro verso, occorre accertare l’attitudine della pianta coltivata – anche per le modalità di coltivazione - a giungere a maturazione, e dunque la sua idoneità a produrre sostanze vietate;

C) infine, il concetto di “coltivazione” penalmente rilevante deve essere adeguatamente circoscritto, escludendo la coltivazione di minime dimensioni, finalizzate al consumo esclusivamente personale.

In altri termini, le Sezioni Unite accolgono un’interpretazione restrittiva della fattispecie, nell’ottica di non anticipare eccessivamente la tutela penale.

L’irrilevanza penale della coltivazione domestica dovrà essere, quindi, valutata caso per caso sulla base di una serie di presupposti oggettivi che devono essere congiuntamente presenti, ossia:

- la minima dimensione della coltivazione;

- lo svolgimento in forma domestica e non industriale;

- la rudimentalità delle tecniche utilizzate;

- lo scarso numero di piante;

- la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti;

- l’oggettiva destinazione di quanto prodotto all’uso personale esclusivo del coltivatore.

Ma ciò non basta: infatti, a fronte di un fatto tipico (ossia di una condotta riconducibile al concetto di coltivazione avuto in mente dal legislatore) occorrerà verificare pure la sua idoneità a danneggiare o mettere in pericolo il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, ossia l'offensività in concreto dell’attività di coltivazione.

Posto che, secondo le Sezioni Unite, il bene giuridico tutelato è solo la salute – individuale o collettiva – con l’esclusione di altri valori, come il “benessere delle future generazioni”, pur in passato evocati da una certa giurisprudenza – occorre verificare se in concreto la condotta abbia effettivamente leso o messo in pericolo la salute.

In punto, occorre effettuare una distinzione con riguardo a due possibili situazioni:

- se il ciclo di sviluppo delle piante è completato, si verificherà se la coltivazione ha prodotto o meno una sostanza con effetti stupefacenti;

- se, invece, al momento dell’accertamento del fatto le piante non sono (ancora) giunte ad una fase di sviluppo tale da generare un effetto drogante, si dovrà valutarne l’attitudine – anche per le modalità di coltivazione – a giungere ad una futura maturazione e, quindi, a produrre sostanze psicoattive.

Dunque, la coltivazione diverrà penalmente rilevante solo una volta accertata da un lato, la tipicità della condotta, e, dall’altro, la sua offensività in concreto nei confronti del bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice.

Questa sentenza ha il duplice pregio di proporre all’interprete un percorso da seguire al fine di valutare la rilevanza penale o meno della condotta di coltivazione domestica, facendo ordine tra una stratificazione di pronunce non sempre coerenti e risultando in linea sia col dato normativo, che con il comune sentire. Tuttavia, ma forse non poteva essere diversamente, la valutazione viene sempre rimessa alla sensibilità del giudice di merito che, caso per caso, dovrà verificare in concreto, sulla base di parametri assai labili, la riconducibilità della condotta alla fattispecie astratta.

Ciò significa, da un lato, un grande margine di discrezionalità per il giudicante e, dall’altro, un grado elevato di incertezza per il cittadino, che non dispone di indicazioni chiare ed univoche per determinare la liceità penale o meno della propria condotta.

 

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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20-4-2020
Auto usate: attenzione alle fregature...

In un recente articolo abbiamo avuto modo di approfondire un grave problema che affligge il mercato dei veicoli usati, ossia il rischio che l’auto, piuttosto che la moto o il camion, possano avere un chilometraggio anche di molto superiore a quanto risultante dal contachilometri.

Infatti, alterare gli strumenti di bordo al fine di far apparire ben più “giovane” un veicolo è pratica tristemente diffusa tra i venditori privi di scrupoli.

Questa pratica può esporre l'acquirente ad amare sorprese, quando cominceranno a manifestarsi guasti ed usura non preventivati, sino ad arrivare, nei casi più gravi, ad esporre a pericoli gli ignari utilizzatori.

Come abbiamo già avuto modo di chiarire, l’acquirente che venga a scoprire l’inganno ha diverse possibilità di tutela, tanto sul versante civile (richiedendo la risoluzione del contratto piuttosto che la riduzione del prezzo), che su quello penale. In particolare, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la giurisprudenza è pacificamente orientata nel ritenere che la vendita di una vettura schilometrata integri il reato di truffa (previsto e punito dall’art. 640 c.p.) ed in particolare un’ipotesi di c.d. “truffa contrattuale”.

Ma come provare la sussistenza del raggiro?

In una recente sentenza, la Cassazione è stata chiamata ad approfondire proprio questo aspetto (cfr. Cass. Pen., Sez. II, n. 10339/2020).

Nella vicenda portata all’attenzione della Corte, la difesa del venditore lamentava che nel corso del giudizio di merito non sarebbero emerse prove sufficienti in ordine all’effettiva alterazione del chilometraggio dell’auto venduta.

A fonte di questa censura, la Cassazione ha precisato che, al contrario, l'effettivo chilometraggio del veicolo era stato accertato sulla base delle dichiarazioni rese nel corso del processo dal precedente proprietario della vettura, che aveva riferito di avere ceduto la macchina all’imputato con un chilometraggio ben maggiore rispetto a quello poi indicato dagli strumenti di bordo al momento dell’acquisto da parte della persona offesa.

Inevitabile, quindi, la condanna del venditore per il reato di truffa, essendo il chilometraggio una delle qualità determinanti che avevano spinto la persona offesa a procedere all’acquisto dell’autovettura.

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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20-4-2020
Il ciclista alticcio "paga pegno" anche con la patente?

Recentemente, è stato chiesto a me e ad un gruppo di colleghi se secondo noi, nel caso in cui un soggetto venga fermato in stato di ebbrezza in bici, sarebbe stato necessario sospendere o meno la patente di guida della quale fosse stato eventualmente titolare.

Dato che le risposte sono state le più varie, ho pensato fosse opportuno approfondire il tema anche per fornire un’informazione più corretta possibile agli utenti della strada in modo che possano prevedere le conseguenze della loro condotta.

La fattispecie dalla quale occorre prendere le mosse è l’art. 183 del Nuovo Codice della Strada, il quale sanziona la condotta di colui che guida in stato di ebbrezza.

In materia, il nostro legislatore ha previsto diverse soglie di gravità della condotta.

Anzitutto, salvo alcune categorie particolari di utenti della strada (tra cui i neopatentati) ai quali non è concessa l’assunzione di nessuna bevanda alcoolica, gli utenti “comuni” non incorrono in alcuna sanzione sino ad un tasso alcolemico di 0,5 g/l.

Oltre tale soglia, e dunque da 0,5 a 0,8 g/l, si incorre nella sanzione amministrativa da € 544 a 2.174. Inoltre, è prevista la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da 3 a 6 mesi (art. 186, lett. a, CdS).

Se, invece, il tasso è compreso tra 0,8 g/l e 1,5 g/l, la condotta costituisce reato, che è sanzionato con l’ammenda da € 800 a 3200 e l’arresto da 5 gg ad un massimo di 6 mesi, mentre la sospensione della patente passa da 6 mesi ad un anno (art. 186, lett. b, CdS).

Infine, per le violazioni più gravi (tasso oltre 1,5 g/l), è prevista l’ammenda da € 1.500 a € 6.000, oltre all’arresto da 6 mesi ad un anno. In tale ipotesi, la sospensione della patente va da uno a due anni (art. 186, lett. c, CdS).

La fattispecie, così come congegnata dal nostro legislatore, prevede inoltre delle aggravanti nel caso in cui il guidatore provochi un’incidente stradale oppure se la condotta sia commessa in orario notturno.

Ma torniamo al quesito iniziale: il nostro ciclista che cosa rischia nel caso in cui venga accertato il suo stato di ebbrezza alcolica?

Anzitutto l’art. 186 CdS, come detto sopra, sanziona la condotta di chiunque “guidi” in stato di ebbrezza: dunque, posto che il termine guidare viene usato senza alcuna specificazione, nulla autorizza a limitare la punibilità al solo soggetto che si trovi a condurre un veicolo a motore.

Anzi, il termine volutamente generico utilizzato dal legislatore permette di ricomprendere la condotta dell’utente della strada che guidi un qualsiasi veicolo, intendendo con il termine veicolo una macchina, di qualsiasi specie, che circoli sulla strada, che sia o meno dotata di motore.

Inoltre, la bicicletta (il “velocipede” utilizzando la terminologia un po’ datata impiegata dal legislatore) è espressamente ricompresa nella categoria dei veicoli ai sensi dell’art. 47 CdS.

Dunque, poiché, da un lato la bici è sicuramente un veicolo, e dall’altro essa è idonea ad interferire con le condizioni di regolarità e sicurezza della circolazione stradale, la giurisprudenza si è da tempo orientata per la punibilità del ciclista che guidi dopo aver alzato il gomito (in tal senso, si veda Cass. Pen., sent. 4893/2015).

Ma la patente?

Qui le cose cambiano: infatti la sanzione amministrativa accessoria della sospensione o, nei casi più gravi, della revoca della patente di guida non può trovare applicazione per le infrazioni commesse con quei veicoli che non richiedono alcuna patente.

Questo valorizzando il fatto che non vi è alcun collegamento tra il mezzo attraverso cui viene posta in essere l'infrazione (nel nostro caso la bicicletta) e la patente eventualmente posseduta: in altri termini, il soggetto attivo, andando in bici ubriaco, non abusa dell’autorizzazione amministrativa della quale è eventualmente in possesso.

Per questo, non essendoci alcun legame tra la condotta e la patente, la stessa non potrà essere revocata o sospesa.

Risulterebbe, infatti, illogico punire per lo stesso fatto più gravemente un ciclista che abbia conseguito una patente (sebbene non la stia usando) rispetto ad un ciclista che tale autorizzazione non abbia mai conseguito.

Questi principi sono stati da ultimo ribaditi dalla Cassazione penale nella sentenza 54032/2018, la quale, ponendosi in linea con l’indirizzo ermeneutico dominante, ha ritenuto che non possa trovare applicazione la sospensione della patente a carico di chi sia trovato a circolare in bici in stato di ebbrezza, ferma – tuttavia – la rilevanza penale (o amministrativa, se il tasso non è superiore a 0,8 g/l) della condotta.

In ogni caso, anche se non si rischia la patente, la prudenza impone sempre di evitare di mettersi alla guida (anche della bici) dopo aver bevuto, pena le severe sanzioni previste dall’art. 186 CdS.

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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2-1-2020
Automobili schilometrate: quali tutele per l'acquirente?
1) Premessa: a quali elementi prestare attenzione.
L’acquisto di una vettura costituisce nella maggior parte dei casi una decisione importante: l’esborso economico da sostenere può essere significativo, si tratta di un bene che si presume duri nel tempo e le variabili sono moltissime.
Per questo, soprattutto in questo periodo di crisi, molte persone si rivolgono al mercato dell’usato, sperando di trovare valide occasioni che da un lato non incidano troppo sul portafogli, e, dall’altro, non facciano rimpiangere l’agognato acquisto di un veicolo nuovo appena uscito dalla catena di montaggio.
Ma spesso, dietro alle offerte strepitose, quelle da prendere al volo, si possono nascondere brutte sorprese: uno studio elaborato dal Parlamento europeo nel gennaio 2018, ha stimato in una cifra compresa tra il 30 ed il 50% il numero delle vetture che hanno subito alterazioni del chilometraggio.
Dunque sono tantissime la macchine che vengono “ringiovanite” di 50, 60, alle volte persino oltre 100.000 chilometri, per assicurare al venditore un notevole margine di profitto, a scapito dell’ignaro acquirente.
Il tutto, a tacere di tutte le conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza della vettura.
Ma quali sono gli indici che dovrebbero mettere in allarme l'acquirente?
In realtà la casistica è così varia che non è possibile dare indicazioni precise, ma, in linea di massima, ci sono alcuni aspetti che dovrebbero sicuramente far suonare qualche campanello d’allarme. Chilometraggi troppo bassi rispetto all’età della macchina – e al tipo di vettura – devono essere approfonditi.
Allo stesso modo, la consegna di duplicati del libretto di circolazione, invece che l’originale, potrebbero nascondere sorprese.
Anche revisioni troppo recenti, magari fuori dalle scadenze canoniche dovrebbero insospettire e neppure la presenza di un libretto dei tagliandi effettuati presso una concessionaria ufficiale non mette al sicuro da ogni rischio. Come pure l’eccessiva disponibilità del venditore ad accordare consistenti riduzioni del prezzo, o la richiesta di pagare una quota dell’importo “in nero”, dichiarando al momento del passaggio di proprietà un corrispettivo di molto inferiore, potrebbero nascondere una fregatura.
A fronte anche del mero sospetto, vale sicuramente la pena fare qualche accertamento in più, in particolare con una visura al P.R.A. e chiedendo spiegazioni dettagliate al venditore.
Soprattutto, è bene non fidarsi delle apparenze: se il "lavoro" è fatto con una certa accortezza, è molto difficile risalire all’effettivo chilometraggio di un veicolo solo dalle sue condizioni esteriori, anche perché interventi “cosmetici” relativamente poco costosi (per esempio la lucidatura della carrozzeria, la pulizia del motore e il rifacimento delle tappezzerie), potrebbero far sembrare molto più giovane un veicolo che, in realtà, ha ormai accumulato così tanti chilometri da aver fatto il giro del mondo.
Insomma, in ogni caso è sempre meglio cercare di fare più accertamenti possibile per verificare se i dati comunicati dal venditore corrispondono al vero.
Ma cosa fare se, dopo aver acquistato la macchina tanto sognata, al sorgere dei primi problemi, si finisce in officina e si scopre di aver preso la classica “sòla”?
2) I rimedi civilistici.
Se la vendita è avvenuta tra un professionista e un consumatore, quest'ultimo potrà giovarsi di una disciplina particolarmente favorevole contenuta nel codice del consumo, che permette all'acquirente di chiedere al venditore - in prima istanza - di riparare o sostituire il mezzo e, ove tali rimedi non siano praticabili o non siano risultati soddisfacenti, una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto.
Se, viceversa, la vendita è avvenuta tra privati si applicheranno i tradizionali rimedi previsti dal codice civile per i vizi della cosa venduta.
3) La tutela penale.
Per quanto riguarda il versante penale, la giurisprudenza ha più volte chiarito che l’alterazione del contachilometri di una vettura integra il reato di truffa previsto all’art. 640 c.p., che punisce chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
In particolare si parlerà nel caso di specie di “truffa contrattuale”, poiché l’alterazione della realtà ricade su una qualità determinante del bene posto in vendita e fondamentale rispetto alla determinazione dell’acquirente di procedere nell’acquisto.
In particolare, l’ingiusto profitto e il correlativo danno sono integrati dalla stipulazione di un contratto che non sarebbe stato concluso, ovvero non lo sarebbe stato alle medesime condizioni: in tale quadro a nulla rileva il fatto che, in ipotesi, il prezzo corrisposto equivalga al reale valore dell'autoveicolo (ex multis, Cass. Pen., sent. 29/09/1980, nonché da ultimo, Cass. Pen., sent. n. 25223 del 18/04/2019).
Inoltre, risponde del reato in questione anche il venditore che abbia consapevolmente sottaciuto, in sede di trattative, la manomissione del contachilometri, anche se da altri posta in essere (Cassazione penale sez. III, 25/01/2018, n.24027).
Infine, dal punto di vista procedurale, va segnalato che il reato di truffa è procedibile a querela, che dovrà essere proposta entro il termine di tre mesi, decorrenti dal momento della scoperta dell’alterazione del dato chilometrico.
Tuttavia, si procede d’ufficio (e quindi anche senza la necessità di una querela da parte della persona offesa) se la condotta ha causato un danno patrimoniale di rilevante gravità (cfr. art. 61, n.7, c.p.), circostanza aggravante che potrebbe sussistere in molti casi, dato il valore spesso non modesto della vettura acquistata.
4) La tutela dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Va infine ricordato che, se la vendita è avvenuta tra professionista e consumatore, si applicherà anche la disciplina relativa alle pratiche commericali scorrette, con conseguente competenza dell’autorità garante della concorrenza e del mercato (d’ora in avanti AGCM) ad accertare la violazione ed applicare la corrispondente sanzione amministrativa pecuniaria.
Di recente, ad esempio, con il provvedimento n. 27780/2019, pubblicato il 27/05/2019 l’AGCM ha concluso un procedimento sanzionatorio nei confronti di una concessionaria responsabile di aver commercializzato diversi autoveicoli usati senza effettuare i dovuti controlli relativi al chilometraggio effettivo di percorrenza, ingannando così i consumatori in ordine a tale requisito, al fine di aumentare il valore commerciale delle vetture. L’AGCM ha ritenuto che il comportamento della concessionaria integrasse una pratica commerciale ingannevole ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. b) e d), cod. cons. poiché la vendita di vetture che hanno subito un’alterazione consistente del chilometraggio ingenera negli acquirenti un falso affidamento in ordine ad una caratteristica fondamentale ai fini della valutazione economica di un’auto usata, inducendo il consumatore ad assumere decisioni di natura commerciale che non avrebbe altrimenti assunto.
Sottolinea peraltro l’AGCM che il comportamento posto in essere arreca pregiudizio ai consumatori non solo al momento dell’acquisto, ma anche successivamente poiché l’acquirente dispone di un veicolo di valore di mercato notevolmente inferiore e verosimilmente dovrà ricorrere ad interventi di manutenzione e controlli tecnici più frequenti ed approfonditi, che non erano affatto prevedibili all’atto di acquisto.
Alla luce di ciò, viene irrogata una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad € 30.000,00.
@Avv. Alberta Martini Barzolai
@Avv. Patrizio Paolo Palermo
 

 

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26-7-2019