Automobili schilometrate: quali tutele per l'acquirente?
1) Premessa: a quali elementi prestare attenzione.
L’acquisto di una vettura costituisce nella maggior parte dei casi una decisione importante: l’esborso economico da sostenere può essere significativo, si tratta di un bene che si presume duri nel tempo e le variabili sono moltissime.
Per questo, soprattutto in questo periodo di crisi, molte persone si rivolgono al mercato dell’usato, sperando di trovare valide occasioni che da un lato non incidano troppo sul portafogli, e, dall’altro, non facciano rimpiangere l’agognato acquisto di un veicolo nuovo appena uscito dalla catena di montaggio.
Ma spesso, dietro alle offerte strepitose, quelle da prendere al volo, si possono nascondere brutte sorprese: uno studio elaborato dal Parlamento europeo nel gennaio 2018, ha stimato in una cifra compresa tra il 30 ed il 50% il numero delle vetture che hanno subito alterazioni del chilometraggio.
Dunque sono tantissime la macchine che vengono “ringiovanite” di 50, 60, alle volte persino oltre 100.000 chilometri, per assicurare al venditore un notevole margine di profitto, a scapito dell’ignaro acquirente.
Il tutto, a tacere di tutte le conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza della vettura.
Ma quali sono gli indici che dovrebbero mettere in allarme l'acquirente?
In realtà la casistica è così varia che non è possibile dare indicazioni precise, ma, in linea di massima, ci sono alcuni aspetti che dovrebbero sicuramente far suonare qualche campanello d’allarme. Chilometraggi troppo bassi rispetto all’età della macchina – e al tipo di vettura – devono essere approfonditi.
Allo stesso modo, la consegna di duplicati del libretto di circolazione, invece che l’originale, potrebbero nascondere sorprese.
Anche revisioni troppo recenti, magari fuori dalle scadenze canoniche dovrebbero insospettire e neppure la presenza di un libretto dei tagliandi effettuati presso una concessionaria ufficiale non mette al sicuro da ogni rischio. Come pure l’eccessiva disponibilità del venditore ad accordare consistenti riduzioni del prezzo, o la richiesta di pagare una quota dell’importo “in nero”, dichiarando al momento del passaggio di proprietà un corrispettivo di molto inferiore, potrebbero nascondere una fregatura.
A fronte anche del mero sospetto, vale sicuramente la pena fare qualche accertamento in più, in particolare con una visura al P.R.A. e chiedendo spiegazioni dettagliate al venditore.
Soprattutto, è bene non fidarsi delle apparenze: se il "lavoro" è fatto con una certa accortezza, è molto difficile risalire all’effettivo chilometraggio di un veicolo solo dalle sue condizioni esteriori, anche perché interventi “cosmetici” relativamente poco costosi (per esempio la lucidatura della carrozzeria, la pulizia del motore e il rifacimento delle tappezzerie), potrebbero far sembrare molto più giovane un veicolo che, in realtà, ha ormai accumulato così tanti chilometri da aver fatto il giro del mondo.
Insomma, in ogni caso è sempre meglio cercare di fare più accertamenti possibile per verificare se i dati comunicati dal venditore corrispondono al vero.
Ma cosa fare se, dopo aver acquistato la macchina tanto sognata, al sorgere dei primi problemi, si finisce in officina e si scopre di aver preso la classica “sòla”?
2) I rimedi civilistici.
Se la vendita è avvenuta tra un professionista e un consumatore, quest'ultimo potrà giovarsi di una disciplina particolarmente favorevole contenuta nel codice del consumo, che permette all'acquirente di chiedere al venditore - in prima istanza - di riparare o sostituire il mezzo e, ove tali rimedi non siano praticabili o non siano risultati soddisfacenti, una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto.
Se, viceversa, la vendita è avvenuta tra privati si applicheranno i tradizionali rimedi previsti dal codice civile per i vizi della cosa venduta.
3) La tutela penale.
Per quanto riguarda il versante penale, la giurisprudenza ha più volte chiarito che l’alterazione del contachilometri di una vettura integra il reato di truffa previsto all’art. 640 c.p., che punisce chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
In particolare si parlerà nel caso di specie di “truffa contrattuale”, poiché l’alterazione della realtà ricade su una qualità determinante del bene posto in vendita e fondamentale rispetto alla determinazione dell’acquirente di procedere nell’acquisto.
In particolare, l’ingiusto profitto e il correlativo danno sono integrati dalla stipulazione di un contratto che non sarebbe stato concluso, ovvero non lo sarebbe stato alle medesime condizioni: in tale quadro a nulla rileva il fatto che, in ipotesi, il prezzo corrisposto equivalga al reale valore dell'autoveicolo (ex multis, Cass. Pen., sent. 29/09/1980, nonché da ultimo, Cass. Pen., sent. n. 25223 del 18/04/2019).
Inoltre, risponde del reato in questione anche il venditore che abbia consapevolmente sottaciuto, in sede di trattative, la manomissione del contachilometri, anche se da altri posta in essere (Cassazione penale sez. III, 25/01/2018, n.24027).
Infine, dal punto di vista procedurale, va segnalato che il reato di truffa è procedibile a querela, che dovrà essere proposta entro il termine di tre mesi, decorrenti dal momento della scoperta dell’alterazione del dato chilometrico.
Tuttavia, si procede d’ufficio (e quindi anche senza la necessità di una querela da parte della persona offesa) se la condotta ha causato un danno patrimoniale di rilevante gravità (cfr. art. 61, n.7, c.p.), circostanza aggravante che potrebbe sussistere in molti casi, dato il valore spesso non modesto della vettura acquistata.
4) La tutela dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Va infine ricordato che, se la vendita è avvenuta tra professionista e consumatore, si applicherà anche la disciplina relativa alle pratiche commericali scorrette, con conseguente competenza dell’autorità garante della concorrenza e del mercato (d’ora in avanti AGCM) ad accertare la violazione ed applicare la corrispondente sanzione amministrativa pecuniaria.
Di recente, ad esempio, con il provvedimento n. 27780/2019, pubblicato il 27/05/2019 l’AGCM ha concluso un procedimento sanzionatorio nei confronti di una concessionaria responsabile di aver commercializzato diversi autoveicoli usati senza effettuare i dovuti controlli relativi al chilometraggio effettivo di percorrenza, ingannando così i consumatori in ordine a tale requisito, al fine di aumentare il valore commerciale delle vetture. L’AGCM ha ritenuto che il comportamento della concessionaria integrasse una pratica commerciale ingannevole ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. b) e d), cod. cons. poiché la vendita di vetture che hanno subito un’alterazione consistente del chilometraggio ingenera negli acquirenti un falso affidamento in ordine ad una caratteristica fondamentale ai fini della valutazione economica di un’auto usata, inducendo il consumatore ad assumere decisioni di natura commerciale che non avrebbe altrimenti assunto.
Sottolinea peraltro l’AGCM che il comportamento posto in essere arreca pregiudizio ai consumatori non solo al momento dell’acquisto, ma anche successivamente poiché l’acquirente dispone di un veicolo di valore di mercato notevolmente inferiore e verosimilmente dovrà ricorrere ad interventi di manutenzione e controlli tecnici più frequenti ed approfonditi, che non erano affatto prevedibili all’atto di acquisto.
Alla luce di ciò, viene irrogata una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad € 30.000,00.
@Avv. Alberta Martini Barzolai
@Avv. Patrizio Paolo Palermo
 

 

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26-7-2019
Guida in stato d'ebbrezza: come difendersi?

Come richiedere la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità e far sì che in concreto la sospensione della patente sia dimezzata?

Il nostro ordinamento prevede sanzioni molto severe nei casi in cui un soggetto venga trovato alla guida di un veicolo in stato di ebbrezza.

In particolare, l'articolo 186 del codice della strada sanziona tale condotta in maniera via via più grave a seconda del tasso alcolemico rilevato, secondo un sistema basato su tre soglie: la prima soglia comprende un valore dai 0,5 grammi per litro a 8 g. per litro. In tal caso, il guidatore va incontro solamente una sanzione amministrativa compresa tra 532 € e 2127 € ed alla sospensione della patente di guida da tre a sei mesi.

A partire dalla seconda soglia, invece, la condotta integra un reato, con tutte le conseguenze collegate: la necessità di celebrare un processo, l'applicazione di una sanzione penale, l’iscrizione nel casellario giudiziale (la "fedina penale") in caso di condanna, ecc...

Nel caso venga accertato un valore compreso superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 g per litro (seconda soglia), il codice della strada prevede la pena dell'ammenda da 800 € a 3200 € e l'arresto da cinque giorni ad un massimo di sei mesi, nonché la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Infine, l'ultima soglia ricomprende le ipotesi in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g litro; in tal caso si applica la pena dell'ammenda da euro 1500 a 6000, l'arresto da sei mesi ad un anno nonché la sospensione della patente di guida da uno fino a un massimo di due anni.

Sempre per i casi in cui sia stata accertata la terza soglia è prevista la confisca del veicolo con il quale è stato commesso reato, salvo che esso appartenga ad una persona estranea al fatto, nel qual caso, però, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata.

Al fine di mitigare gli effetti di un trattamento sanzionatorio così pesante, nel luglio 2010 è stata introdotta a la possibilità di richiedere la sostituzione della pena detentiva e di quella pecuniaria con la pena del lavoro di pubblica utilità.

Tale possibilità è concessa a condizione che non si sia provocato alcun sinistro stradale ed inoltre la pena può essere convertita per una sola volta.

I vantaggi di tale scelta sono diversi: anzitutto, in caso di svolgimento positivo dei lavori di pubblica utilità il giudice dichiara estinto il reato. Inoltre, il periodo di sospensione della patente viene dimezzato e, nei casi in cui si ricada nella terza soglia, si evita la confisca del veicolo sotto sequestro.

Circa la durata di questi lavori la legge dispone che essa sia corrispondente alla sanzione detentiva irrogata e alla conversione della pena pecuniaria ragguagliando 250 € per ogni giorno di lavoro di pubblica utilità.

Dunque, i vantaggi per chi non abbia causato un sinistro stradale sono evidenti sia dal punto di vista economico che per il fatto di non vedersi iscritta nel casellario giudiziale un precedente penale scomodo.

Tuttavia occorre sottolineare che nella concreta applicazione di questo istituto il tempismo è fondamentale: infatti contattando un difensore sin dai primi momenti è possibile valutare la convenienza di tale strada e muoversi di conseguenza.

Ma anche in tal caso, l'effetto pratico del dimezzamento del periodo di sospensione della patente si scontra con i tempi necessari per l'accertamento in sede penale. Occorre, infatti, ricordare che sin dal momento dell'accertamento del reato, la patente viene ritirata dall'organo accertatore e trasmessa al prefetto, che ne dispone la sospensione provvisoria, in attesa della decisione del giudice.

In punto, alcune prefetture hanno adottato la prassi, sicuramente rispettosa dell'intento del legislatore, di restituire la patente di guida nel caso in cui il titolare dimostri di aver ottenuto la conversione della pena nei lavori socialmente utili e che è già trascorso metà del periodo di sospensione. Tuttavia, tale prassi non trova applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale e molte prefetture non restituiscono nulla prima che gli sia notificato il provvedimento del Giudice che, al termine dei lavori, ne attesta il positivo svolgimento.

Occorre però segnalare che con una recentissima sentenza (n. 48330 del 27 settembre 2017) la Corte di Cassazione, chiamata ad interpretare il significato della disposizione che regola la procedura nel caso di conversione della pena, ha chiarito che, nel caso in cui accolga la richiesta di sostituzione, il Giudice è tenuto a sospendere l'efficacia della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che andrà, pertanto, restituita all’avente diritto.

Questo principalmente per un motivo di tenuta logica del sistema: difatti, come già accennato sopra, l'immediata esecutività della sospensione della patente rischierebbe, in caso di esito positivo dei lavori, di vanificare la riduzione della metà a casa dei tempi tecnici necessari per la fissazione dell'udienza ove verrà dichiarata l'estinzione del reato.

Inoltre, a conferma di tale interpretazione milita anche il dato testuale della disposizione normativa nella parte in cui prevede che, in caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento dei lavori, il Giudice deve disporre il ripristino della sanzione amministrativa della sospensione della patente, ripristino che presuppone in maniera indefettibile che l'efficacia della sanzione vada sospesa fintanto che i lavori socialmente utili sono in corso.

Dunque, solo al termine dei lavori il Giudice dovrà valutare se essi si sono conclusi positivamente o meno e di conseguenza dimezzare la sospensione e, tenendo conto del periodo presofferto, disporre che venga scontato l’eventuale periodo ancora residuo.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019
Avvocato, quanto mi costi….e il rimborso?

La rimborsabilità delle spese legali sostenute dal dipendente pubblico.

Costituisce un principio generale del nostro ordinamento quello secondo il quale il professionista va retribuito per l’attività prestata a prescindere dal risultato conseguito dal cliente.
Tale principio trova, ovviamente, applicazione anche con riferimento al rapporto tra cliente ed avvocato, e, pertanto, le spese per la difesa devono essere sostenute dal cliente a prescindere da quale sia il risultato conseguito nel giudizio.
Infatti, tradizionalmente l'attività difensiva svolta in favore del cliente veniva ricondotta tra le obbligazioni di mezzi, e non di risultato: questo principio, che si applica a tutte le professioni liberali, sta a significare che il cliente è tenuto a remunerare il professionista per avergli messo a disposizione con la dovuta diligenza tutto il suo bagaglio di strumenti, conoscenze tecniche ed esperienze, senza che l’obbligazione possa essere condizionata ad esempio alla vittoria in giudizio o all'ottenimento del risultato che l'assistito aveva di mira.
Vi sono, tuttavia, alcuni casi in cui l’assistito, dopo aver remunerato il difensore, ha diritto ad ottenere il rimborso delle spese sostenute per la difesa in giudizio e, tra questi, spicca, in particolare, quello in cui si discuta della responsabilità di un dipendente pubblico per fatti connessi con la funzione esercitata. Tale ipotesi trova la sua regolamentazione nell’art. 18, D.L 67/1997, successivamente convertito con L. 135/1997, il quale dispone che «le spese relative ai giudizi per la responsabilità civile, penale, ed amministrativa, promossi nei confronti del dipendente di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o con provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato».
Tale norma, secondo i più autorevoli commentatori, esprime una manifestazione del principio di portata generale secondo cui nessuno può arricchirsi a scapito di altri (nemo locupletari potest cum aliena iactura): nello specifico, posto che l’attività del dipendente costituisce manifestazione della volontà dell’Ente Pubblico di appartenenza secondo il principio di immedesimazione, spetta all’Amministrazione farsi carico delle conseguenze economiche pregiudizievoli derivanti dal coinvolgimento del dipendente in procedimenti giudiziari, nei quali sia stata esclusa la sua responsabilità.
Il diritto al rimborso può essere fatto valere dal dipendente in presenza dei seguenti presupposti:
- il soggetto richiedente deve essere un dipendente di una Pubblica Amministrazione;
- lo stesso deve essere sottoposto ad un procedimento giudiziale di carattere civile, penale o amministrativo;
- i fatti e gli atti contestati nel procedimento devono essere connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali;
- la responsabilità del dipendente deve essere esclusa a qualsiasi titolo.
Solo in presenza di tutte queste condizioni il rimborso dovrà essere elargito dalla P.A., nei limiti dell’importo ritenuto congruo dall’Avvocatura dello Stato.
Occorre in ogni caso segnalare come il requisito dell'inerenza al servizio nella prassi amministrativa sia interpretato in maniera assai rigorosa, poiché si ritiene che il fatto contestato al dipendente debba riguardare un'attività svolta in diretta connessione con i fini dell'Ente.
Tale interpretazione, invero, suscita qualche perplessità, in quanto finisce per limitare grandemente il campo di applicazione della previsione normativa, che troverebbe applicazione nei soli casi in cui vi sia un nesso di strumentalità tra l'adempimento del dovere ed il compimento dell'atto, ossia, detto in altri termini, una coincidenza di interessi tra il dipendente e la P.A.
Con specifico riferimento alla materia penale, è stato sottolineato come sia necessario che il giudizio sia terminato con una pronuncia definitiva che abbia escluso nel merito la responsabilità del dipendente; pertanto, nessun rimborso potrà conseguire a fronte della pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere (per esempio nel caso di intervenuta prescrizione o rimessione di querela) oppure in caso di patteggiamento, poiché quest'ultimo sottende in un certo senso una ammissione di responsabilità.
Tuttavia, qualora il giudizio sia terminato con una sentenza di assoluzione, sarà del tutto indifferente la formula utilizzata dal Giudice in sede penale e, pertanto, anche in presenza di una assoluzione con formula dubitativa ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p. il risarcimento delle spese legali configura un vero e proprio atto dovuto, senza che possa essere ammessa alcuna discrezionalità da parte dell’Amministrazione (cfr., tra la altre, Consiglio di Stato, sent. 21/03/2011, n. 1713; nonché, da ultimo, Consiglio di Stato, sent. 29/12/2017, n. 6194).
Nonostante la chiara presa di posizione della giustizia amministrativa, tale ultimo principio pare, però, non essere stato completamente recepito dall'Amministrazione, la quale, in presenza di assoluzioni con la formula "dubitativa", crea sovente difficoltà all'ottenimento del rimborso.

@Avv. Patrizio Paolo Palermo

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4-5-2019