Cognome della mamma al bimbo/a: quando si può?

Dopo qualche anno dalla pronuncia fondamentale della Corte Costituzionale che ha permesso di attribuire ai figli il cognome materno, ci siamo ripromessi di fare il punto sullo stato dell'arte per illustrare in quali ipotesi e a quali condizioni sia possibile porre al neonato il cognome della madre e, altresì, se ricorra o meno la possibilità di aggiungere il cognome materno, dopo la formazione dell’atto di nascita nel quale sia stato indicato il solo cognome paterno.

Con riguardo alla prima questione, occorre ricordare come la situazione sia profondamente mutata grazie all’intervento della nota sentenza della Corte Costituzionale n. 286 del 21/12/2016, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma ricavabile dagli artt. 237, 262, 299 e 33 e 34 del D.P.R. n. 396 del 03/11/2000, nella parte in cui non consente ai coniugi di concordare la trasmissione ai figli, al momento della nascita, anche del cognome paterno. Tale pronuncia è intervenuta a seguito del rilievo della questione di legittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262, 299 e 33 e 34 del D.P.R. n. 396 del 03/11/2000 che prevedono – sia pur implicitamente – l’automatica attribuzione al figlio del solo cognome paterno.

Secondo il pensiero del Giudice rimettente, pienamente accolto dalla Consulta, tale principio desumibile dal nostro ordinamento, sarebbe contrastante con l’art. 2 Cost. per la violazione del diritto all’identità personale del figlio, al quale sarebbe preclusa la possibilità di vedersi riconoscere il nome di entrambi i rami genitoriali. Vi sarebbe inoltre violazione degli artt. 3 e 29, II comma, Cost. poiché l’automatica attribuzione del cognome paterno sarebbe retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, non più coerente con il valore costituzionale dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e di pari dignità dei genitori nei confronti dei figli.

Infine, veniva denunciata la violazione dell’art. 117, I comma, Cost. quale norma interposta, per contrasto del sistema normativo interno con i principi affermati a livello internazionale (in particolare art. 16, I comma, lett. g) Convenzione di New York sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, del 18/12/1979; Raccomandazioni del Consiglio d’Europa 28/04/1995, n. 1271 e 18/03/1998, n. 1362; Risoluzione 27/09/1978, n. 37) e ribadito anche nelle recenti pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo (Corte Edu, 16/02/1995, Unal Tekeli c. Turchia; Corte Edu, 24/10/1994, Stjerna c. Finlandia; Corte Edu, 24/01/1994, Burghartz c. Svizzera; Corte Edu, 07/01/2014, Cusan e Fazzo c. Italia).

Per quanto attiene al contrasto con la normativa Convenzionale, in particolare, di recente la Corte Edu si è espressa con specifico riguardo all’impossibilità, verificatasi nel nostro Ordinamento, di far iscrivere il figlio nei Registri di Stato Civile attribuendogli alla nascita il cognome della madre, in luogo di quello paterno, ritenendo che tale impedimento integri una violazione del combinato disposto tra l’art. 14 (divieto di discriminazione) e l’art. 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

All’intervento della Corte Costituzionale n. 286/2016, hanno fatto seguito due importanti Circolari del Ministero dell’interno con il compito di chiarire in quali ipotesi e in presenza di quali presupposti sia possibile attribuire al figlio anche il cognome materno. Le Circolari nn. 1 e 7 del 2017 rammentano in primis come sia indispensabile, ai fini dell’attribuzione del cognome materno, che i genitori manifestino il loro consenso, anche solo verbale, senza particolari formalità, all’ufficiale di Stato Civile.

A tal proposito, sebbene inizialmente taluni ritenessero indispensabile che l’Ufficiale di Stato Civile ricevesse le dichiarazioni di entrambi i genitori, pare prevalsa la prassi secondo cui è sufficiente che anche uno solo dei genitori (se coniugati) esprima la decisione condivisa di apporre entrambi i cognomi; così come del resto già accade per il nome.

La possibilità di attribuire il "doppio cognome" è, inoltre, attribuita sia alle coppie di fatto, sia a quelle coniugate, sia al caso dei figli adottivi.

Ai genitori non è però concesso di scegliere uno dei due cognomi, poiché il figlio deve assumere il cognome di entrambi i genitori per esteso e il cognome materno deve essere posposto a quello paterno.

Non vi è dunque la possibilità di scegliere solo il cognome della madre (fatto salvo, ovviamente, il caso diverso del figlio naturale non riconosciuto dal padre).

Dal punto di vista temporale, inoltre, vi è la possibilità di optare per entrambi i cognomi solo per le nascite successive alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza n. 286/2016 della Corte Costituzionale, ossia il 28/12/2016.

Infine, la scelta dei genitori deve essere effettuata al momento della registrazione dell’atto di nascita, essendo in seguito preclusa.

Tale precisazione consente di dare risposta al secondo quesito che ci siamo posti: la decisione condivisa di attribuire al figlio il cognome materno deve essere espressa al momento della formazione dell’atto di nascita, poiché in seguito l’Ufficiale di Stato Civile non potrebbe dar corso all’aggiunta del cognome.

Per le nascite precedenti al 28/12/2016 o per i casi in cui i genitori abbiano modificato la propria decisione in seguito alla formazione dell’atto di nascita, tuttavia non tutto è perduto: rimane, infatti, possibile far ricorso alla disciplina di cui all’art. 89 del D.P.R. n. 396/2000, a mente della quale è consentito richiedere il mutamento o l’aggiunta del cognome formulando un’apposita domanda motivata al Prefetto del luogo di residenza del minore.

Se tale richiesta è avanzata per il minore, essa deve obbligatoriamente provenire da entrambi i genitori esercenti la responsabilità genitoriale e potrà essere motivata sulla scorta delle medesime argomentazioni impiegate dalla Consulta a supporto della pronuncia di incostituzionalità.

In ogni caso, sia che la decisione venga espressa al momento della formazione dell’atto di nascita, sia che la richiesta venga formalizzata ai sensi dell’art. 89, D.P.R. è indispensabile che vi sia l’accordo dei genitori, in assenza del quale non vi è un diritto soggettivo della madre ad affiancare il proprio cognome a quello paterno (cfr. così T.A.R. Lazio, sent. n. 11410/2018).

In caso di contrasto, dunque, il genitore che intende optare per il “doppio cognome” dovrà far ricorso alla procedura di cui all’art. 316 c.c. avanti all’Autorità giurisdizionale, non potendo invece né il Prefetto, né l’Ufficiale di Stato civile dirimere eventuali conflitti.

Avv.  Alberta Martini Barzolai®

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20-1-2020
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14-1-2020
FONDO SALVA CASA: QUANDO PUOI "BLOCCARE" IL PIGNORAMENTO DELLA BANCA

Il c.d. Decreto fiscale ha introdotto un'importante opportunità per il debitore che abbia in corso una procedura di pignoramento della prima casa da parte di un istituto di credito: infatti, al fine di fronteggiare i casi più gravi di crisi economica dei consumatori, viene concessa la possibilità di sospendere l'esecuzione immobiliare in corso e, al ricorrere di determinate condizioni, "salvare" il bene oggetto della procedura (motivo per cui il rimedio è stato denominato "fondo salva-casa").

 

L'art. 41 bis del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 ha infatti previsto la possibilità di chiedere la rinegoziazione del mutuo in essere, oppure un finanziamento a una banca diversa, con surroga nella garanzia ipotecaria esistente, destinato ad estinguere il mutuo in essere, con assistenza della garanzia del Fondo di garanzia per la prima casa e con il beneficio dell'esedebitazione del debito residuo.

 

 

Quando si può far ricorso alla procedura?

 

Affinchè si possa accedere al c.d. Fondo Salva Casa è necessario che ricorrano le seguenti condizioni:

 

1) colui che chiede la rinegoziazione del mutuo o il finanziamento deve essere un CONSUMATORE, cioè agire per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale, commericiale, professionale o artigianale. Il consumatore, inoltre, non deve avere in corso una procedura di risoluzione della crisi da sovraindebitamento di cui alla L. 3/2012.

 

2) Il creditore che ha avviato la procedura di esecuzione immobiliare deve essere un soggetto che esercita l'attività BANCARIA o una società veicolo di cui alla L. 130/1999;

 

3) il debito del consumatore deve essere sorto da un MUTUO IPOTECARIO (di I grado) concesso per l'acquisto della PRIMA CASA e, alla data di presentazione dell'istanza di rinegoziazione, deve essere stato RIMBORSATO ALMENO IL 10 % DEL CAPITALE ORIGINARIAMENTE FINANZIATO;

 

4) deve essere PENDENTE un'ESECUZIONE IMMOBILIARE sul bene oggetto di ipoteca, il cui PIGNORAMENTO sia stato NOTIFICATO nel periodo compreso tra il 01 gennaio 2010 e il 30 giugno 2019. Il creditore che ha avviato la procedura deve essere il soggetto che ha concesso il mutuo e NON DEVONO ESSERE INTERVENUTI ALTRI CREDITORI. Tuttavia, è comunque possibile presentare l'istanza laddove i creditori intervenuti depositino una rinuncia agli atti esecutivi, prima della presentazione della richiesta di rinegoziazione.

 

5) L'istanza di rinegoziazione può essere presentata UNA SOLA VOLTA nel medesimo processo esecutivo e va avanzata ENTRO IL 31 DICEMBRE 2021.

 

6) Il debito complessivo per cui si chiede la rinegoziazione  o il finanziamento DEVE ESSERE INFERIORE A 250.000 € (calcolato ex art. 2855 c.c.).

 

7) L'importo offerto non deve essere inferiore al 75% del prezzo base della successiva asta, ovvero al valore del bene come determinato in sede di "perizia" nel caso in cui non sia stata ancora fissata l'asta. Però, se il debito complessivo è inferiore a tale valore, l'importo offerto non può essere inferiore al debito come indicato nel punto 6 qui sopra.

 

8) Il rimborso dell'importo finanziato o rinegoziato deve avvenire con una DILAZIONE NON SUPERIORE A 30 ANNI DALLA DATA DELL'ACCORDO DI RINEGOZIAZIONE e, in ogni caso, non superiore a una durata in anni che, sommata all'età del debitore, superi il numero di 80.

 

Come si richiede la rinegoziazione?

 

Il debitore e il creditore procedente devono presentare un'istanza congiunta al Giudice e, se ricorrono le condizioni ricordate poc'anzi, il processo esecutivo viene SOSPESO PER UN PERIODO MASSIMO DI 6 MESI, lasso di tempo nel quale le parti andranno a definire un possibile accordo di rinegoziazione o, in alternativa, si procederà al nuovo finanziamento, al fine di "chiudere" la procedura in corso.

 

La vera novità: l'intervento di parenti o affini.

 

Posto che la procedura sopra delineata ricalca, nella sostanza, gli accordi di rinegoziazione e gli accordi c.d. "a saldo e stralcio", già noti alla prassi, pare che la vera novità della norma sia da rinvenire nella possibilità di accordare la rinegoziazione o il finanziamento del mutuo a un PARENTE O AFFINE FINO AL TERZO GRADO, qualora il debitore non abbia il merito creditizio tale da poter ottenere personalmente tali "benefici".

 

Ove il parente o l'affine ottengano la rinegoziazione o il finanziamento, il Giudice dell'esecuzione emetterà il decreto di trasferimento dell'immobile in loro favore, ma per i successivi CINQUE ANNI sarà riconosciuto al debitore e alla sua famiglia il DIRITTO DI ABITAZIONE DELL'IMMOBILE, a condizione che vi mantengano la residenza.

 

Nel medesimo termine di 5 anni dal trasferimento al parente o affine, al debitore è accordata la possibilità di riottenere la proprietà dell'immobile, previo rimborso degli importi già corrisposti dal parente/affine e con accollo del mutuo residuo.

 

Avv. Alberta Martini Barzolai®

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10-1-2020
Il ciclista alticcio "paga pegno" anche con la patente?

Recentemente, è stato chiesto a me e ad un gruppo di colleghi se secondo noi, nel caso in cui un soggetto venga fermato in stato di ebbrezza in bici, sarebbe stato necessario sospendere o meno la patente di guida della quale fosse stato eventualmente titolare.

Dato che le risposte sono state le più varie, ho pensato fosse opportuno approfondire il tema anche per fornire un’informazione più corretta possibile agli utenti della strada in modo che possano prevedere le conseguenze della loro condotta.

La fattispecie dalla quale occorre prendere le mosse è l’art. 183 del Nuovo Codice della Strada, il quale sanziona la condotta di colui che guida in stato di ebbrezza.

In materia, il nostro legislatore ha previsto diverse soglie di gravità della condotta.

Anzitutto, salvo alcune categorie particolari di utenti della strada (tra cui i neopatentati) ai quali non è concessa l’assunzione di nessuna bevanda alcoolica, gli utenti “comuni” non incorrono in alcuna sanzione sino ad un tasso alcolemico di 0,5 g/l.

Oltre tale soglia, e dunque da 0,5 a 0,8 g/l, si incorre nella sanzione amministrativa da € 544 a 2.174. Inoltre, è prevista la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da 3 a 6 mesi (art. 186, lett. a, CdS).

Se, invece, il tasso è compreso tra 0,8 g/l e 1,5 g/l, la condotta costituisce reato, che è sanzionato con l’ammenda da € 800 a 3200 e l’arresto da 5 gg ad un massimo di 6 mesi, mentre la sospensione della patente passa da 6 mesi ad un anno (art. 186, lett. b, CdS).

Infine, per le violazioni più gravi (tasso oltre 1,5 g/l), è prevista l’ammenda da € 1.500 a € 6.000, oltre all’arresto da 6 mesi ad un anno. In tale ipotesi, la sospensione della patente va da uno a due anni (art. 186, lett. c, CdS).

La fattispecie, così come congegnata dal nostro legislatore, prevede inoltre delle aggravanti nel caso in cui il guidatore provochi un’incidente stradale oppure se la condotta sia commessa in orario notturno.

Ma torniamo al quesito iniziale: il nostro ciclista che cosa rischia nel caso in cui venga accertato il suo stato di ebbrezza alcolica?

Anzitutto l’art. 186 CdS, come detto sopra, sanziona la condotta di chiunque “guidi” in stato di ebbrezza: dunque, posto che il termine guidare viene usato senza alcuna specificazione, nulla autorizza a limitare la punibilità al solo soggetto che si trovi a condurre un veicolo a motore.

Anzi, il termine volutamente generico utilizzato dal legislatore permette di ricomprendere la condotta dell’utente della strada che guidi un qualsiasi veicolo, intendendo con il termine veicolo una macchina, di qualsiasi specie, che circoli sulla strada, che sia o meno dotata di motore.

Inoltre, la bicicletta (il “velocipede” utilizzando la terminologia un po’ datata impiegata dal legislatore) è espressamente ricompresa nella categoria dei veicoli ai sensi dell’art. 47 CdS.

Dunque, poiché, da un lato la bici è sicuramente un veicolo, e dall’altro essa è idonea ad interferire con le condizioni di regolarità e sicurezza della circolazione stradale, la giurisprudenza si è da tempo orientata per la punibilità del ciclista che guidi dopo aver alzato il gomito (in tal senso, si veda Cass. Pen., sent. 4893/2015).

Ma la patente?

Qui le cose cambiano: infatti la sanzione amministrativa accessoria della sospensione o, nei casi più gravi, della revoca della patente di guida non può trovare applicazione per le infrazioni commesse con quei veicoli che non richiedono alcuna patente.

Questo valorizzando il fatto che non vi è alcun collegamento tra il mezzo attraverso cui viene posta in essere l'infrazione (nel nostro caso la bicicletta) e la patente eventualmente posseduta: in altri termini, il soggetto attivo, andando in bici ubriaco, non abusa dell’autorizzazione amministrativa della quale è eventualmente in possesso.

Per questo, non essendoci alcun legame tra la condotta e la patente, la stessa non potrà essere revocata o sospesa.

Risulterebbe, infatti, illogico punire per lo stesso fatto più gravemente un ciclista che abbia conseguito una patente (sebbene non la stia usando) rispetto ad un ciclista che tale autorizzazione non abbia mai conseguito.

Questi principi sono stati da ultimo ribaditi dalla Cassazione penale nella sentenza 54032/2018, la quale, ponendosi in linea con l’indirizzo ermeneutico dominante, ha ritenuto che non possa trovare applicazione la sospensione della patente a carico di chi sia trovato a circolare in bici in stato di ebbrezza, ferma – tuttavia – la rilevanza penale (o amministrativa, se il tasso non è superiore a 0,8 g/l) della condotta.

In ogni caso, anche se non si rischia la patente, la prudenza impone sempre di evitare di mettersi alla guida (anche della bici) dopo aver bevuto, pena le severe sanzioni previste dall’art. 186 CdS.

Avv. Patrizio Paolo Palermo®

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2-1-2020